Chilografia di Domitilla Pirro

Titolo: Chilografia, diario vorace di Palla
Autore: Domitilla Pirro
Editore: Effequ
Pagine: 208
Prezzo: 15,00 €

Oggi vi porto la recensione di un libro scovato per caso in libreria: lo avevo visto su Instagram di sfuggita, ma inizialmente non avevo approfondito la trama. Me lo sono ritrovata davanti in libreria e non appena ho letto le prime righe del retro di copertina ho capito che sarebbe venuto a casa con me. L’ho divorato in meno di 24 ore, e l’ho recensito su Goodreads con 5 stelline su 5 (cosa per me più unica che rara). Questo libro è stato un colpo al cuore: una scrittura potentissima e dei personaggi caratterizzati così bene che difficilmente dimenticherò.

Domitilla Pirro ci racconta la storia di Palma, una bambina prima e una ragazza poi alle prese con un corpo ingombrante con il quale non riesce a scendere a compromessi. I capitoli scandiscono il suo peso corporeo, partendo da quando pesava pochi grammi al momento del suo concepimento, quando seguiamo le vicende dei suoi genitori e dell’universo inospitale che attende Palma una volta nata, fino ad arrivare a numeri a tre cifre. Palma, o meglio Palla, grazioso nomignolo affibbiatole dalle sue compagne scout, crescerà anno dopo anno insieme al suo involucro di carne e adipe, incapace di ascoltarsi e di raccontarsi alle persone che la circondano. Una sorella che non perde occasione di deriderla, una famiglia sfasciata (per colpa di chi? si domanderà una piccolissima Palma), libero accesso al frigorifero, un corpo che lievita insieme all’incapacità di trovare il proprio posto nel mondo. Palma ingrassa, si chiude in sé stessa e troverà in una relazione disfunzionale nata online il conforto e la sicurezza che è sempre andata cercando negli altri. Non voglio dirvi altro della trama, sperando che incontrerete Palma e la conoscerete un po’ alla volta come è successo a me.

Poi c’è una parola che non è corpo e non è cosa. Che non si può contare. Che è e basta, e non è finito. È il sangue. Sangue non ha plurale.

Lo sfondo di queste vicende è la periferia romana, un luogo indefinito che diventa centrale ed entra prepotentemente nello spazio narrativo attraverso la lingua scelta dall’autrice, che alterna frasi in italiano ad altre in dialetto romano. Questa scelta, che traduce in dialetto i pensieri di Palma, contribuisce a rendere la narrazione estremamente reale e concreta. L’autrice si serve di un linguaggio crudo, fortemente evocativo, dove il tema della corporeità e della solidità fisica sono centrali. Descrive con dovizia di particolari i corpi, i fluidi, la carne. La storia di Palma è scandita dal suo corpo, ancora prima che Palma fosse Palma, lei era solo un corpo, nella pancia di Stefania, sua madre.

Era da tempo che non incontravo nelle pagine di un libro un personaggio tanto verosimile e realistico quanto la giovane protagonista di questo libro. Palma viene delineata attraverso la sua solitudine e la sua perenne tensione verso l’accettazione, la necessità di un’accettazione generalizzata da parte di altri, che troverà sfogo solo con l’incontro con Angelo, quello che diventerà il suo ragazzo. In certi passaggi la narrazione è talmente densa e intima che l’autrice spinge il lettore a sentirsi quasi a disagio, come se stesse vivendo momenti troppo intimi di un’altro essere umano. La fotografia che la Pirro scatta di Palma mostra luci e ombre, molte ombre, grandissime ombre che non si riescono a ignorare durante la lettura e finiscono per coinvolgere il lettore in un flusso di pensieri e insulti in romanesco. E mentre sembra che l’autrice ci parli di un universo lontanissimo da noi, se non per quelli che condividono i natali con la protagonista, riesce nell’impresa di parlare delle storie di tutti. Più la scrittura diventa particolare e si concentra sui piccoli dettagli della vita di Palma, più il lettore entra nella sua quotidianità e ne condivide alcuni ricordi, alcuni particolari dell’infanzia, una parola, un gioco, una sensazione. Ancora di più se ha vissuto gli anni novanta ed è incappato una volta o due sui forum che impazzavano nei primi anni 2000.

Forse se cerca di rallentare il cuore col pensiero, se lo vuole abbastanza, lui smetterà di cercare di esplodere.

Spero decidiate di dare un’opportunità a questo libro e di incontrare Palma. Non è un libro adatto a tutti, è vero: ci vuole stomaco e ci vuole coraggio per arrivare in fondo, ma si tratta di uno di quei libri attraverso i quali non si riesce a passare indenni e che non si dimenticano tanto in fretta.

Recensione: La mia cosa preferita sono i mostri

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Finalmente! F I N A L M E N T E ! Aspettavo di leggere questa graphic novel da prima ancora che venisse tradotta in italiano. Per ragioni essenzialmente economiche (è un volume un po’ costoso, MA vale tutti i soldi spesi) avevo rimandato l’acquisto del volume in questione fino al Lucca Comics di quest’anno, dove finalmente mi sono concessa l’acquisto.

14 Febbraio 1968. Oggi la nostra vicina del piano di sopra, la signora Anka Silverberg, è morta in circostanze misteriose. Le hanno sparato al cuore in salotto, ma è stata trovata a letto con le coperte in ordine, come se si fosse messa a dormire.

Per quanto mi riguarda questa graphic novel è davvero unica nel suo genere ed estremamente interessante. Si basa su una trama avvincente e sviluppata egregiamente e uno stile particolarissimo e immediatamente riconoscibile ed evocativo, ma andiamo con calma. Partiamo dalla trama: siamo negli anni ’60, la protagonista è la piccola Karen Reyes, una ragazzina di undici anni appassionata di disegno, arte ma soprattutto, come suggerisce il titolo, mostri. Karen è una vera fan dell’orrore, va alla ricerca dei suoi mostri preferiti per le strade di Chicago, sullo sfondo di una città in balia della povertà e della criminalità. Karen prova a destreggiarsi in una quotidianità che non è molto facile, e situazione che peggiora quando scopre che la sua vicina di casa, con la quale ogni tanto passava un po’ di tempo, è stata trovata morta. La polizia parla di suicidio, ma lei non vuole (o non può) crederci, e decide di far chiarezza su questo “caso”, indossando l’impermeabile da investigatore di suo fratello e iniziando a indagare. Questo la porterà a esplorare gli angoli più bui e nascosti della vita di Anka, la sua vicina di casa. A grandi linee questo è il corpo centrale della trama, della quale non voglio dirvi di più.

Veniamo ora al secondo aspetto, lo stile e la struttura della graphic novel. La Ferris costruisce questo enorme primo volume (ci sarà un seguito) come se fosse il quaderno di disegni e scarabocchi di Karen, dove appunta ciò che le succede e racconta le sue giornate, una sorta di diario illustrato. Conosceremo tutta la vicenda dal punto di vista della protagonista, che illustrerà le sue giornate e le persone che la circondano, mischiando la sua quotidianità con ricordi, pensieri e a volte elementi inventati, frutto della sua fantasia, come i suoi amati mostri. A tal proposito l’aspetto interpretativo è essenziale per la lettura di questa graphic novel. Karen si disegnerà sempre come un mostro, un piccolo licantropo, mentre replicherà in maniera molto veritiera tutti gli altri elementi della sua vita, compresi i suoi famigliari e tutte le persone che la circondano (con un’unica, breve, eccezione). A intervallare i capitoli ci saranno delle copertine di riviste horror che la stessa Karen ricopia fedelmente sul suo quaderno. Non c’è una pagina che si assomiglia all’altra, i pensieri di Karen si fondono con le sue riflessioni, e poi con la storia di Anka e della sua tormentata vita. Disegni, scarabocchi e scritte, si fondono insieme; il tutto riportato da un tratto molto realistico, a penna. Non sono pagine monocromatiche, si alterneranno vari colori, sempre a penna o al massimo pennarello, rendendo questa graphic novel una delle più particolari e innovative, dal punto di vista estetico, che io abbia mai avuto tra le mani. Lo stile del diario ricorda un po’ le stesse riviste horror che legge Karen, pieno zeppo di rimandi alla cultura underground.

Dicono “poichè non è possibile che i mostri siano veri, allora non sono veri”. Il dizionario dice che la parola mostro viene dal latino “monstrum”, che significa “far vedere” (come dimostrare) ma la g.e.n.t.e dice “non abbiamo mai visto un mostro, quindi non esistono”… la verità è che ci sono tante cose che non vediamo normalmente, ma che sono proprio sotto al nostro naso, come i germi, l’elettricità, e forse anche i mostri sono totto al nostro naso.

L’opera segue due linee narrative principali. Nella prima parte si sviluppa e si esplora l’universo della piccola Karen, che si trova a vivere una quotidianità condita dal bullismo, non pochi problemi in famiglia e una sessualità ancora da definire e da comprendere. In queste pagine conosciamo meglio suo fratello Deeze, un personaggio fondamentale, che si prende cura (come meglio riesce) della sorellina, e che l’ha fatta avvicinare al mondo dell’arte per la prima volta, e la madre di Karen, una donna che mischia un po’ di religione a tantissime superstizioni e credenze popolari che la guidano nelle scelte quotidiane. In queste pagine emergono i temi del rifiuto del diverso, dell’emarginazione, del razzismo, della difficoltà di sentirsi parte integrante di una società che non sembra pronta ad accettarti. La seconda parte è invece dedicata alla violenta storia di Anka, e passiamo ad affrontare aspetti molto intensi seguendo la sua biografia, come la guerra (Anka è una sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti), lo sfruttamento e l’oggettivazione del corpo femminile e la malattia mentale.

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E’ una graphic novel che ha molti livelli di lettura, e soprattutto esplora e analizza moltissime tematiche, alcune anche molto forti, soprattutto quando ci addentriamo nella seconda parte del romanzo, quella dedicata alla storia di Anka. Proprio per queste tematiche viene usato uno stile anche esplicito, i disegni non risparmiamo particolari cruenti o a sfondo sessuale, mai superfluo, sempre utile all’economia dell’opera. Molto più che in altri casi, lo stile e la struttura dell’opera si fondono con la narrazione, e diventano l’uno lo specchio dell’altra: alla fine della lettura ci sembra impossibile illustrare diversamente la storia che abbiamo appena letto, quello della Ferris è l’unico modo possibile.

Viene spontaneo chiedersi, a un certo punto del romanzo, chi siano i veri mostri. E’ curioso vedere come Karen si disegni come un licantropo, segno di un’incapacità di trovare il proprio spazio e il proprio ruolo in una società che comprende con difficoltà, ma disegna invece in modo perfettamente normale i mostri attorno a lei. Nascosti appena sotto la superficie, e anzi, in molti casi nemmeno tanto celati, si muovono sullo sfondo altri tipi di mostri, quelli veri, diciamo. Karen si domanda cosa distingua i mostri buoni, ovvero quelle persone viste come diverse dalla società, che non trovano il proprio spazio, dai mostri cattivi, quelli che agiscono con egoismo e crudeltà.

… Mi faccio largo nel grigiume fino ad arrivare all’isola verde nell’occhio di mama. È coperto di alberi e arbusti e odora di terra. È come se mia madre avesse fatto un posto sull’isola verde per tutto ciò che sono (anche le cose segrete) e mi sdraio su un soffice letto di muschio, alla base del pino molto alto, e mi addormento.

Ultima nota che vorrei fare riguardo a questa splendida graphic novel è riferita alla casa editrice Bao Publishing. La particolarità dello stile della Ferris risiede non solo nell’uso della penna come strumento grafico, già piuttosto inusuale nel mondo del fumetto contemporaneo, ma dall’uso della pagina e dalla gestione degli spazi. La Ferris ricopre letteralmente la pagina bianca, non lascia molti spazi, e ogni pagina è diversa da quella precedente, aspetto che ci permette di immergerci nella lettura e credere che quelle siano davvero le pagine di un vecchio e logoro quadernone, perché avrebbe davvero quell’aspetto. Dietro al lavoro di traduzione della graphic novel, in questo caso non c’è solo l’esigenza di adattare i dialoghi e inserirli negli spazi appositi, ma è stato necessario letteralmente ripensare gli spazi e in alcuni casi realizzare dei lavori di hand lettering ad hoc per ogni pagina. Quindi bravi, come sempre, i ragazzi della casa editrice, che ci hanno regalato questo piccolo gioiellino in italiano. Per conoscere meglio l’autrice Emil Ferris vi lascio il link di un’interessante intervista del sito Il Libraio.

La recensione si conclude qui. Spero che vi sia piaciuta, e se decidete di acquistare questa graphic novel, vi lascio il mio link di affiliazione ad Amazon. Se acquistate tramite il mio link io riceverò una piccola commissione (non muterà assolutamente il prezzo che pagherete voi) che mi permetterà di acquistare altri libri in futuro per continuare a parlarvi di libri!

Recensione: Se la strada potesse parlare di James Baldwin

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Bentornati sul blog! Oggi vi porto la recensione di una delle mie ultime letture, un libro verso il quale nutrivo aspettative piuttosto alte, avendone sentito parlare molto bene da chiunque lo avesse già letto, ed effettivamente la lettura ha soddisfatto, se non addirittura superato, queste aspettative. Prima di iniziare la recensione vi lascio il sito della casa editrice Fandango, che mi ha mandato questo libro e che non smetterò mai di ringraziare per avermi fatto conoscere Baldwin e la sua meravigliosa scrittura.

Perché, capite, lui aveva trovato il suo centro, il suo centro personale dentro di sé: e si vedeva. Non era il povero negro di nessuno. E questo è un crimine in questo fottuto libero paese. Devi essere un povero negro: ed è stato quello che i poliziotti hanno deciso quando Fonny si è trasferito in centro.

Questo libro mi era stato presentato come una “bellissima storia d’amore” e io, non essendo una grande amante del genere, partivo un po’ prevenuta. Ora che l’ho terminato posso affermare che è molto di più, è sì una bellissima storia d’amore, ma non solo. E’ la storia di una famiglia, di un quartiere, di uno spaccato della società, di un periodo storico, che racconta senza la pretesa di spiegarlo, un intero mondo. Baldwin scriveva questo romanzo nel 1974, e la vicenda si sviluppa durante i turbolenti anni settanta in una società americana dove le discriminazioni razziali sono all’ordine del giorno. Siamo a New York, una New York bellissima e terribile, e seguiamo le vicende narrate in prima persona della giovane Tish, diciannovenne afroamericana incinta del suo ragazzo, il ventunenne Fonny, incarcerato ingiustamente per lo stupro di una donna portoricana che afferma di averlo riconosciuto come il suo aggressore. In pochissime parole, questa è la trama, in realtà c’è molto di più. Quella che inizialmente sembra una vicenda che ruota attorno a due soli personaggi, Tish e Fonny (che quasi conosciamo solo attraverso i ricordi di Tish), coinvolge invece due intere famiglie e tutte le persone che incrociano, anche per un attimo la vita di Tish. Baldwin infatti non risparmia nessun personaggio dal suo sguardo attento, e attraverso il fiume di pensieri di Tish ci porta a conoscere la sua famiglia, quella di Fonny e le persone che attraversano le loro vite, dal ragazzino tassista di San Juan, alla donna italiana che gestisce un fruttivendolo, all’uomo gentile che avrebbe affittato la sua soffitta ai due giovani. Così questa diventa anche la loro storia, la storia di una donna portoricana stuprata e spaventata, di un avvocato bianco e coraggioso, di una madre, Sharon, che per sua figlia e il suo futuro nipote farebbe (e fa) di tutto. Baldwin costruisce un vero mosaico, in cui ogni tessera tocca e influenza quelle che gli stanno accanto.

Il mondo vede quello che vuole vedere o, quando si arriva alla fine dei conti, quello che gli dici di vedere: non desidera sapere chi, cosa o perché sei.

E’ una storia d’amore, che non “rimane” tra due sole persone ma si espande tutto attorno a loro. E’ la storia di come l’amore può fare la differenza nella vita delle persone, di come può salvare e condannare, di come i rapporti sociali possono incidere nel corso dell’esistenza di un singolo individuo. In questo caso è esemplare il paragone tra la vicenda di Fonny e quella del suo amico Daniel, per mettere in luce la differenza tra due giovani che hanno avuto la possibilità di godere in modo diverso dei rapporti che li circondavano.

La drammatica storia di Fonny, che si è macchiato dell’unico crimine di essere nato nero, in una società profondamente razzista, accusato ingiustamente per un crimine che non ha commesso, è portata come uno schiaffo agli occhi del lettore, a denuncia di una società corrotta e votata alla discriminazione razziale. Nonostante il profondo dolore di cui è impregnata ogni pagina del romanzo, Baldwin non si perde mai in toni tragici e pesanti, anzi, riesce a raccontare questa storia con quasi un velato e leggero ottimismo, un senso di fratellanza, non solo tra i neri, ma più collettivo, che prescinde la nazionalità, il colore della pelle e l’etnia.

Lo stile si adatta al tono della narrazione: a raccontarci questa storia è la stessa protagonista, Tish, e Baldwin le regala una voce (forte, riconoscibile, determinata, disperata) e lo spazio necessario per raccontarci la sua storia. Lo scrittore si annulla in lei e allo stesso tempo è estremamente presente, le due voci si sovrappongono e per noi l’unica narratrice della vicenda diventa la giovane e inesperta Tish, e attraverso le sue stesse parole impariamo a conoscere lei e il mondo che la circonda. Questa scelta finisce per coinvolgere il lettore talmente tanto che a metà del libro ci sembrerà di essere con Tish per le strade di New York, di accompagnarla al lavoro, di guardare Fonny attraverso il vetro della sala degli incontri in carcere, ci sembrerà di essere lì, di far parte di quella storia, di essere a nostra volta coinvolti. Ci sorprendiamo con lei, ci arrabbiamo con lei, ci indigniamo, speriamo, sorridiamo, siamo felici, piangiamo con lei. E questa forza evocativa è forse il principale aspetto positivo del romanzo, al di là della trama, dei personaggi, della storia in sé, è il modo in cui viene raccontata questa storia ad avermi colpita e rapita.

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Credo che non succeda troppo spesso che due persone possono ridere e anche fare l’amore, fare l’amore perché ridono, ridere perché stanno facendo l’amore. L’amore e il riso provengono dallo stesso luogo: ma solo in pochi ci vanno.

Il registro è esattamente quello che ci aspettiamo da parte di una diciannovenne con un’istruzione media e tanta rabbia in corpo: a volte è un po’ sboccata, sempre sincera, racconta la sua realtà senza filtri, senza migliorare nulla di ciò che le passa per la testa, di ciò che sente. Ci racconta la sua frustrazione, la sua rabbia, la sua paura. Molto più di qualsiasi altro sentimento, è la paura a regnare nelle pagine di questo romanzo: tutti hanno paura, e la cosa che mi ha più colpito è che nessun personaggio ha paura per se stesso, non direttamente. Tutti sono spaventati per qualcuno di caro. Una sorta di paura condivisa e strisciante che lega ogni personaggio l’uno all’altro.

L’ultimo aspetto del quale vorrei parlarvi è anche l’unica nota dolente del romanzo: il finale. Ho apprezzato il finale aperto, ma l’ho trovato troppo aperto, un po’ arrangiato. Seguendo la storia, ho trovato naturale che non ci fosse la parola fine a questo romanzo, ma avrei sperato in qualcosa di più, visto lo svolgimento della trama. Mi è sembrato incompleto, sarebbero bastate una ventina di pagine per renderlo, almeno ai miei occhi, un romanzo praticamente perfetto.

Colpita dallo stile e dalle tematiche trattate da Baldwin, da sempre attivista per i diritti civili e che ha fatto delle denunce di discriminazioni razziali il centro di molte sue riflessioni, ho deciso di approfondire la sua figura e la sua produzione: Fandango ha portato in Italia La stanza di Giovanni, uno dei romanzi più conosciuti dell’autore e da quello che ho potuto capire dal loro addetto stampa, sono intenzionati a portarci tutte le opere dello scrittore (evviva!). Qui vi lascio un articolo sullo scrittore che ho trovato piuttosto interessante: si tratta un’intervista del 1962, pubblicata sul The Guardian, dopo l’uscita del secondo romanzo dell’autore. Qui Baldwin parla del suo controverso rapporto con la città di New York (è nato e cresciuto ad Harlem), sempre centro focale dei suoi romanzi, della sua scrittura e della necessità di lasciare l’America per vivere per un periodo di tempo in Europa.

“I left America because I thought that if I survived at all I would drown as a writer in bitterness. I wanted to be a writer, not a Negro writer.” – J. Baldwin

Vi segnalo inoltre, se foste interessati (come la sottoscritta) ad approfondire le tematiche di Baldwin, una raccolta di suoi saggi e riflessioni, edito Bompiani, Questo mondo non è più bianco.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e che sia riuscita a incuriosirvi un po’ riguardo a questo meraviglioso libro, al quale spero decidiate di dare una chance. Come sempre vi lascio qui il link per acquistarlo tramite il mio link di affiliazione ad Amazon.

Recensione: …che Dio perdona a tutti di Pif

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Bentornati sul blog, dopo un lungo periodo di assenza torno con una recensione in occasione di una nuova uscita in libreria. Ammetto di essermi approcciata alle prime pagine di questo libro un po’ titubante. Ero molto curiosa di incontrare la voce di Pif (Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif) per la prima volta attraverso la carta stampata, conoscendo e apprezzando già i suoi lavori pregressi, da Il testimone, ai film, ai documentari, ed ero molto interessata a vedere come se la sarebbe cavata come voce narrante di un libro. Perché ero incerta, inizialmente? A causa del tema centrale del romanzo: il focus è il rapporto di un uomo qualunque con la fede cristiana, un argomento molto lontano da me (ho messo in pausa questo aspetto della mia vita alcuni anni fa), o almeno così pensavo prima di leggere “…che Dio perdona a tutti”.

Ma guardi un attimo questo paese che si dichiara cattolico. Mi sembra acclarato che non sia così. Se fosse vero, saremmo un paese civile. Perché il pensiero fondamentale che accompagna le azioni degli italiani è: futti futti, che Dio perdona a tutti! C’è sempre la misericordia di un Dio misericordioso che ci salverà. Se la vivi così, la fede, è molto facile essere cristiani.

Per quanto mi riguarda Pif si conferma essere un narratore in grado di spaziare tra più medium riuscendo a portare un messaggio ben chiaro senza assumere un tono pedante o didattico, coinvolgendo il lettore (in questo caso) e riuscendo a mantenere sempre il suo inconfondibile tono ironico e apparentemente spensierato.

Leggendo “…che Dio perdona a tutti” mi sono ritrovata impantanata in una serie di riflessioni che non pensavo potessero colpirmi così da vicino. Ma andiamo con ordine. La trama ruota attorno alla figura di Arturo (che incontrerà anche qui la sua Flora, come in ogni opera di fantasia realizzata dall’autore, il quale è particolarmente affezionato a questi due nomi e li ripropone come protagonisti in ogni storia), un normalissimo agente immobiliare palermitano che conduce un’esistenza quanto mai mediocre, scandita dalle partite a calcetto con gli amici giocate controvoglia, un lavoro che non gli da nulla in più di uno stipendio e la sua unica vera passione: i dolci. Arturo passa i suoi momenti liberi alla scoperta di pasticcerie per le vie di Palermo, assaggiando iris e sciù ogni volta che ne ha l’occasione. La vita di Arturo scorre in modo estremamente lineare fino all’incontro con Flora (e soprattutto con la sua fede). Arturo incontra Flora in una pasticceria ed è amore a prima vista, gli basta sentirla parlare di dolci per capire che quella è la donna della sua vita. I primi mesi della loro relazione sono a dir poco idilliaci, e tutto va per il meglio fino a quando Flora non fa notare ad Arturo che non ha comportamenti da buon cristiano, coerentemente con ciò che lui afferma di essere (ovvero “credente, un po’ come lo sono tutti”). Arturo scoprirà infatti che la fede, per la sua fidanzata, è un elemento centrale e fondamentale della sua vita, tanto che proprio la fede e le critiche mosse da Flora lo porteranno a prendere una decisione drastica e quanto mai lontana dal suo carattere: per tre settimane si sarebbe gradualmente convertito, applicando alla lettera (sempre entro certi limiti) gli insegnamenti della religione cattolica. Arturo si troverà a questo punto a scontrarsi con numerosi comportamenti che vedrà per la prima volta nella loro totale incoerenza, da parte anche di persone molto vicine a lui.

Ci sono momenti nella vita in cui uno vorrebbe scendere momentaneamente da se stesso. Ma solo per un breve periodo. Una sospensione. Giusto per capire le proprie intenzioni e quelle del resto del mondo. Per comprendere quanti punti in comune ci possano essere.

Non mi dilungo ulteriormente sulla trama perché non voglio rovinarvi la lettura. Prevedibilmente le cose andranno male, molto male, per il povero Arturo. Di certo il punto di forza di questo libro non è l’effetto sorpresa, ma devo dire che, per quanto sappiamo fin dall’inizio che le cose prenderanno una brutta piega, questo non rovina assolutamente la lettura. Tra l’altro, nonostante mi aspettassi almeno in parte alcuni risvolti della vicenda, ho divorato il libro in poche ore, incapace di staccarmi dalle pagine.

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Lo stile è  leggero, molto scorrevole e la voce narrante è caratterizzata dall’inconfondibile ironia di Pif che racconta in prima persona le vicende del protagonista, inserendo numerose digressioni e divagazioni durante lo svolgimento della vicenda che riescono sempre a strappare un sorriso e una mezza risata al lettore. Così come nelle due pellicole girate dall’autore (La mafia uccide solo d’estate e In guerra per amore), anche qui il registro conferma la scelta dell’autore di veicolare messaggi importanti attraverso la leggerezza, senza annoiare mai e senza rendere pesante la narrazione.

Il tema principale, già annunciato nella quarta di copertina e che vi salterà agli occhi in quasi in ogni pagina del libro, è la coerenza dell’essere cristiani. L’autore si interroga sull’importanza data alla coerenza dal cittadino comune, dall’italiano medio che vive la religione ormai più come un accessorio da sfoggiare la domenica mattina per andare a messa, che non come un’esigenza personale. Per chi se lo stesse chiedendo: no, questo libro non è una critica alla religione, anzi, tutt’altro. È piuttosto una dimostrazione della difficoltà di essere cristiani, soprattutto ora, in un tempo in cui possiamo effettivamente scegliere in cosa credere e come agire di conseguenza, privilegio che le generazioni passate non hanno sempre avuto. Il messaggio è molto chiaro, e non lascia scampo a interpretazioni sbagliate: puoi scegliere, ma se decidi di definirti cristiano, è il caso che tu sappia davvero cosa vuol dire esserlo.

Quante volte nella nostra quotidianità siamo messi davanti a questa totale e disarmante incoerenza, senza che in realtà ormai ne fossimo colpiti più di tanto? I crocifissi nelle scuole sì, ma i migranti li aiutiamo a casa loro. Cito questi due esempi presenti anche nel libro, uno affianco all’altro, per rendere evidente la totale contraddizione di questi comportamenti (è facile immedesimarsi in Arturo, così come è facile condannare chi lo circonda, anche se nella vita quotidiana probabilmente siamo molto più simili a queste persone senza nemmeno rendercene conto). Nel libro vengono trattati argomenti anche molto attuali, come appunto l’accoglienza dei migranti, e viene spontaneo al lettore (o almeno è venuto spontaneo a me) interrogarsi, calarsi nei panni di Arturo prima e di chi lo circonda poi, e chiedersi “ma io, cosa avrei fatto?”.

Arturo esaspera alcuni aspetti della religione, a volte inconsciamente, altre con consapevolezza, fino a quando questa “finzione”, per mostrare l’assurdità di certi comportamenti cristiani, considerati impraticabili dallo stesso Arturo (chi mai direbbe la verità, pur sapendo che questo gli costerà problemi sul luogo di lavoro?) non lo ingloberà completamente, iniziando a fargli vedere il mondo che lo circonda da un punto di vista completamente diverso e inaspettato.

Non volevo vivere il cristianesimo come uno sport, da praticare solo quando ne avevo voglia o non avevo impegni. Ci sono certe cose che ci mettono sicurezza e ci confortano. Quando sta male un caro o stiamo male noi, ci ricordiamo di essere cristiani. Quando un presunto invasore rischia di mettere in discussione “le nostre radici cristiane”, allora lo diventiamo. Pratichiamo il cristianesimo quando ci è più comodo.

Uno degli aspetti che mi è sembrato si volesse evidenziare nel libro è l’accettazione totale e condivisa di questa incoerenza da parte di tutta la società, che ci porta alla convinzione che nessuno può cambiare le cose, nessuno può comportarsi davvero come un cristiano, quindi non senso nemmeno provarci.

Nel nostro inconscio ci aspettiamo sempre che prima o poi arrivi qualcuno ad aggiustare le cose, a sistemare quelle situazioni che consideriamo drammatiche, qualcuno dotato magari di un superpotere, perché solo così potrà riuscire nel suo intento. E non appena questo tentativo viene fatto da qualcuno uguale a noi, con i nostri stessi problemi e nella nostra stessa condizione, con qualche difettuccio e magari anche non nel migliore dei modi, siamo pronti al giudizio e ad affossare tale tentativo. Senza nemmeno farci sfiorare dall’idea che forse, se ci ha provato lui, potevamo farlo anche noi.

Ci sarebbero molte altri aspetti del libro che vorrei discutere con voi, ma rischio di scrivere talmente tanto che nessuno arriverebbe alla fine della recensione, quindi concludo qui. Mi sento di consigliare questo libro a chiunque, credenti e praticanti e non, a prescindere dalla propria fede religiosa e dal proprio credo. Il messaggio che vuole mandare può essere accolto da tutti indistintamente dalla religione di appartenenza. Come sempre qui vi lascio il link per acquistarlo su Amazon (cliccando sul link in questione verrete indirizzati alla mia pagina di affiliazione).

 

Recensione: La casa sul Bosforo di Pinar Selek

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Istanbul è una città immensa, carica di miti. Ora piange, ora ride. Un intreccio di microcosmi. Di tempi e di luoghi. Di ricordi e speranze. Di dita rovinate, di labbra di rosa, di sguardi segreti…

Sono molto felice di potervi parlare di questo libro, in parte perché desideravo leggerlo da tempo, e in parte per il modo con cui ne sono venuta in possesso. Questa sarà una recensione un po’ fuori dai soliti schemi, per ragioni che capirete andando avanti con la lettura. “La casa sul Bosforo” è il primo libro promosso dalla campagna di #freereading di Acciobooks, un sito dove potete scambiare gratuitamente i vostri libri con altre persone sparse per tutta Italia. Come funziona la campagna di free reading? Vi rimando al loro profilo Instagram, dove potrete trovare tutte le informazioni dedicate al progetto tra le storie salvate in evidenza, e nel caso decidere di partecipare alle prossime edizioni. Grazie a questa iniziativa potrete essere tra i fortunati scelti per ricevere una copia di un libro gratuito, come è successo a me per il libro di cui vi parlo oggi, per poi “rimetterlo in circolo” una volta letto e scambiarlo.

Di cosa parla La casa sul Bosforo? Siamo a Istanbul, seguiamo, nel corso di circa un ventennio, due giovani coppie attraverso avvicinamenti e allontanamenti nel tempo, partendo dai primi anni ottanta e arrivando fino agli anni duemila. Questo era quello che mi era stato detto a proposito di questo libro, questo era quanto mi aspettavo. La verità è che ci troviamo davanti a un’opera ben più complessa, articolata e preziosa di quanto queste brevi frasi possano lasciar presagire. Sì, ci troviamo a Istanbul, ma se come me siete innamorati della colorata città turca, preparatevi a immergervi di nuovo (se, come me, avete già avuto il piacere di conoscerla) nell’atmosfera famigliare e ricca di contrasti della città. Preparatevi a esplorarla insieme ai protagonisti, a riconoscerne gli odori e i colori. Istanbul, e in particolare il quartiere di Yedikule, prendono vita tra le pagine di questo libro. Yedikule è l’ambientazione principale delle vicende, che però non si limita a fare da sfondo ai racconti dei personaggi che popolano il quartiere, ma si fonde con loro e diventa lo stesso motore che fa muovere le loro storie. Sarà proprio qui che convergeranno le storie dei numerosi personaggi, qui che la loro vita in un modo o nell’altro cambierà, sullo sfondo dei vicoli e delle botteghe di Yedikule compieranno scelte difficili, si innamoreranno, combatteranno per ciò in cui credono e sacrificheranno quanto hanno di più chiaro al mondo.

Ma chi sono questi personaggi? Sono tanti, diversi, e hanno origini differenti, alcuni hanno radici in paesi lontani, altri non le hanno mai avute. Ci sono Sema, che era convinta di essere una ragazza svogliata e destinata a una vita mediocre, Hasan, un musicista che arriverà fino a Parigi prima di capire che le sue radici sono più forti di ciò che pensava, il falegname Salih, dal cuore grande e innamorato di Sema, Elif, che cerca la giustizia e un ideale al quale consacrare la sua vita, Guljan, la madre di Sema che per dare una vita migliore della propria alla figlia accetta le umiliazioni di una ricca famiglia sul luogo di lavoro, Haydar, che non è più sicuro della guerra che sta combattendo e per la quale ha sacrificato tutto, anche il suo nome, la prostituta Handè che ha deciso di cambiare vita. Potrei continuare per molto ancora, perché questi sono solo alcuni dei personaggi che incontriamo a Yedikule, tra chi vive e vivrà lì per tutta la vita, chi è solo di passaggio e chi è appena arrivato con l’intenzione di restarci per sempre. Inizialmente ho fatto un po’ di fatica a seguire le diverse storyline di tutti i personaggi, ma non appena si sono iniziati a incrociare ecco che succede la magia, e ho ritrovato il mosaico di culture, odori e personalità che avevo trovato durante il mio viaggio a Istanbul ormai quattro anni fa. L’autrice tira i fili della trama, sospinge delicatamente i suoi personaggi verso Yedikule, come sussurrando loro che è lì che devono andare, anche se ancora non sanno perchè.

Le persone ci mettono sempre troppo tempo a conoscere ciò che hanno a portata di mano. Guardano solo le cose inaccessibili.

Non c’è città migliore per ambientare un romanzo corale come questo. Sarò di parte, ma Istanbul è la città dai mille volti, dalle mille storie, dove chiunque può sentirsi allo stesso tempo accolto e rifiutato. Mi rendo conto di non scrivere una recensione particolarmente oggettiva, in questo caso, così come di non fornire molte nozioni specifiche riguardo alla trama, ma credo che in questo caso l’atmosfera che si respira in ogni pagina del romanzo sia ben più importante della ricostruzione dei singoli avvenimenti.

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Il libro è raccontato come fosse una fiaba, più realistica di ciò che di solito siamo abituati a individuare come tale, ma dalle tinte un po’ magiche, se vogliamo, sospesa fuori dal tempo. Allo stesso tempo però il racconto viene ben radicato nella quotidianità, e si scontra con la realtà, in certi punti in modo violento e terribile. Questa storia non parla solo di accettazione, aiuto reciproco, amore, fiducia e sacrificio, ma anche di fuga, rifiuto, guerra e paura del diverso. Istanbul è la città con due facce: da secoli integrazione e rifiuto si scontrano quotidianamente tra le sue vie, e sarebbe errato ricordarsi solo della parte magica: c’è anche quella tradizionalista, violenta, soppressiva, e soffocata da tutte quelle culture che storicamente compongono il tessuto sociale della città. Greci, armeni, ebrei, curdi: è difficile ormai tenere il conto di quante minoranze si siano intrecciate, mischiate e allo stesso tempo odiate all’interno di questa città. Questo libro ci aiuta nell’intento di non dimenticare alcuni importanti avvenimenti (il colpo di Stato del 1980, il Pogrom d’Istanbul, la crisi di Cipro, le discriminazioni razziali e religiosi perpetrate verso numerose minoranze etniche), raccontandoci dell’abbagliante luce di Istanbul, senza però nasconderne le ombre. Personaggi armeni, greci e curdi prendono la parola e ci  raccontano la loro storia, probabilmente inventata essendo un lavoro di fiction, ma sicuramente non si discosterà molto dalla verità di numerose persone che, anche solo nell’ultimo secolo, si sono trovate coinvolte in eventi tragici ben più grandi di loro, solo per via della nazionalità dei propri genitori o dei propri nonni. Istanbul è stata, e purtroppo è, anche questo: un mosaico di luci e ombre indistricabili.

L’aspetto immutato malgrado gli anni. Gli occhi scuri offuscati: dalla pioggia o dalle lacrime?

L’ultimo aspetto sul quale mi soffermo, prima che questa diventi una recensione chilometrica, è lo stile dell’autrice. Lo stile della Selek è molto delicato, quasi sognante per certi versi, e allo stesso tempo diretto, caratterizzato da frasi piuttosto brevi e dialoghi diretti, incisivi, veloci, a volte troppo, ed  è forse l’unico aspetto che non mi ha conquistato del tutto di questo libro. Avrei apprezzato alcune descrizioni più approfondite della città, uno studio maggiore della psicologia dei personaggi, per quanto siano molti e difficilmente analizzabili nella loro singolarità.

Vi è piaciuta la mia recensione di La casa sul Bosforo? Vi ricordo che sarà presto in scambio sulla mia libreria di Acciobooks, in alternativa vi lascio qui il link per acquistarlo su Amazon. Se decidete di acquistare il libro attraverso il mio link di affiliazione in riceverò una piccola percentuale sulla vostra spesa, che verrà utilizzata per l’acquisto di altri libri da recensire sul blog. Grazie a tutti quelli che hanno usato o utilizzeranno il link in futuro!

Recensione: L’educazione di Tara Westover

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Bentornati (o benvenuti, se questa è la prima volta che vi capita di passare da qui). Settembre porta con sé il profumo dei nuovi inizi, quindi dopo una lunga (lunghissima) pausa estiva, ho deciso di tornare in sella e riprendere a pubblicare articoli sul blog. Prossimamente non ci saranno solo recensioni, ma anche post dedicati ad altri argomenti, ma non perdiamoci in chiacchiere. 

Oggi: recensione di uno dei libri più belli del 2018. “L’educazione” è il memoir autobiografico dell’autrice, Tara Westover, una ragazza nata e cresciuta nell’Idaho da genitori mormoni integralisti. Prima di tutto, come sottolinea l’autrice stessa, questo libro non è una critica né un’analisi della comunità mormone, si tratta di una storia dove la tematica religiosa ha giocato un ruolo importante senza esserne però protagonista. I genitori della protagonista hanno una fortissima tendenza isolazionista, che li porterà ben presto a uscire dalla loro comunità mormone di riferimento, sposando alcune tesi survivaliste, anarchiche e complottiste. La religione, l’odio per ciò che non si conosce e si ignora, la paura verso ciò che è diverso, creano un ambiente malsano dove Tara e i suoi fratelli vengono “educati” (anzi, sarebbe meglio dire non educati). La storia di Tara parla di una famiglia isolata per propria scelta dal resto del mondo, della crescita e della maturazione dei suoi membri (con Tara sono cresciuti una sorella e cinque fratelli). Una storia di scelte, alcune compiute senza nemmeno capirlo, altre che sono costate tanto, tantissimo. Una storia che inizia (ma per fortuna non finisce) nella paura: paura del mondo, da parte del padre di Tara, e paura di lui, da parte di tutti gli altri membri della famiglia.

Tutte le storie di mio padre parlavano della nostra montagna, della nostra valle, del nostro piccolo angolo smozzicato di Idaho. Non mi disse mai cosa fare se un giorno avessi lasciato la montagna, se avessi attraversato oceani e continenti e mi fossi trovata in una terra straniera, dove non potevo più cercare la Principessa all’orizzonte. Non mi disse mai come avrei fatto a capire quand’era ora di tornare a casa.

Tara è una bambina e poi una ragazzina vivace, sveglia, acuta e un po’ svogliata, come tutti lo siamo stati. Cresce nella casa dei genitori, senza andare a scuola, senza essere iscritta all’anagrafe (festeggia il suo compleanno ogni anno in un giorno diverso, sa solo di essere nata verso la fine di settembre), senza aver mai messo piede in un ospedale (medicine, interventi e vaccini sono banditi: stando a ciò che sostiene il padre “avvelenano il corpo”, “ti rendono dipendente”). Cresce formando la sua identità sullo specchio delle uniche persone che conosce: i suoi genitori. Sua madre che ha sposato le tesi estremiste del marito, lavora come curatrice e levatrice, aiuta le donne a partorire in casa e fa l’erborista. La medicina della madre è l’unica ammessa in famiglia: puoi essere curato con le sue piante e i suoi oli, con una tintura di lobelia e scutellaria, magari, ma non puoi andare in ospedale (nemmeno se resti bruciato su buona parte del corpo, dopo un grave incidente). Gene, il padre di Tara, lavora nella sua discarica di rottami dove racoglie ferro e altri materiali di recupero che vende sul mercato, e intanto si prepara a un’imminente apocalisse raccogliendo e immagazzinando cibo, armi e tutto ciò che potrebbe tornare utile alla sua famiglia dopo la fine del mondo. L’unica parola accettata in casa è quella del predicatore Gene, che legge le sacre scritture e le interpreta per i membri della famiglia. Questo libro parla anche di loro, di come possono arrivare due persone comuni a costruirsi attorno un muro di solitudine e contrasti, isolandosi dalla propria comunità e dalla propria famiglia.

Non avere certezze, ma non arrendersi a quanti dicono di averne, era un privilegio che non mi ero mai concessa. La mia vita era una narrazione in mano ad altri. Le loro voci erano decise, enfatiche, categoriche. Non avevo mai pensato che la mia voce potesse essere forte quanto la loro.

I ragazzi imparano a leggere, a scrivere e le basi della matematica da sua madre, inizialmente preoccupata per l’istruzione dei figli, ma dopo qualche anno anche lei rinuncerà alla loro istruzione e Tara e i fratelli saranno lasciati a loro stessi. Prima di assistere alla crescita e alla maturazione della protagonista l’accompagniamo per anni in un “riavvolgimento veloce” della sua vita, attraverso quelli che sono stati alcuni episodi significativi e terribili. Osserviamo Tara crescere, prendere le decisioni sbagliate, accettare di buon grado ogni parola uscita dalla bocca di suo padre, e poi la osserviamo quando si pone le prime domande, mentre attraverso il canto viene in contatto con realtà diverse dalla sua prima, quando per la prima volta incontra un ragazzo che non appartenga alla sua famiglia, quando inizia a chiedersi chi è lei davvero. Succede in fretta, velocemente, e allo stesso tempo sembra ci vogliano secoli, prima che Tara decida di fare qualcosa per la sua vita, di cambiare le carte in tavola, di desiderare qualcosa di diverso rispetto a ciò che desidera per lei suo padre.

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Non mi voglio soffermare troppo descrivendo i singoli passaggi della vita di Tara, perché credo sia importante leggerli da soli. Il suo rapporto con un fratello pericoloso e malato, le vessazioni del padre, il rifiuto della medicalizzazione (anche di base), che porterà enormi problemi soprattutto ai fratelli di Tara che lavorano in discarica, e le ragioni che scopriremo esserci dietro al comportamento irascibile, sconsiderato e maniacale del padre, sono aspetti che credo sia importante che il lettore scopra da sé, accompagnando Tara nei suoi ricordi.

Di cosa parla davvero questo libro? Definirlo un percorso di formazione mi pare piuttosto riduttivo. E non è nemmeno un atto di denuncia, perché in ogni pagina che leggiamo ascoltiamo e viviamo la difficoltà di Tara nel prendere le distanze dall’ambiente tossico in cui capisce di vivere. Credo che l’aspetto più importante che riesce a comunicarci l’autrice sia questo: rendere perfettamente questo sentimento, di distacco ma allo stesso tempo amore, per le proprie radici. Quando leggiamo i soprusi di cui si macchiano i suoi famigliari e quando leggiamo le sue riflessioni a riguardo, capiamo la reale difficoltà di denunciare chi ci fa del male, soprattutto se questo qualcuno è membro della nostra famiglia, lo apprezziamo, gli vogliamo bene, ogni tanto ci fa ridere e ci protegge. E’ un grande inno alla sensibilizzazione della denuncia, dell’importanza di non sottovalutare mai le situazioni in cui si trovano a vivere le persone, perché non è mai semplice fare due passi indietro dalla propria vita e analizzare la situazione con gli occhi di un estraneo. Capire che le persone che amiamo ci stanno facendo del male, accettarlo e reagire, non è facile. E questo Tara riesce a farlo, dopo molti anni, dopo aver scritto i suoi ricordi nero su bianco per evitare che il suo affetto per la sua famiglia li storpiasse nella sua memoria o li cancellasse. Un percorso doloroso e lungo di accettazione di se stessi ma soprattutto della propria famiglia.

Cosa deve fare una persona, mi chiedevo, quando i suoi doveri verso la famiglia si scontrano con altri doveri — verso gli amici, la società, verso se stessi?…Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi.

Chiamatela trasformazione. Metamorfosi. Slealtà. Tradimento. Io la chiamo educazione.

Questa storia parla anche di istruzione, formazione, cultura, studio, dedizione, coraggio. Tara riuscirà a contestualizzare le situazioni terribili che ha vissuto durante la sua infanzia solo una volta che ne avrà preso le distanze, quando sarà all’università, a confrontarsi con persone diverse da lei, più istruite, più acculturare rispetto alla sua famiglia. Persone che la stimoleranno, che le permetteranno di crescere, non solo culturalmente ma anche e soprattutto emotivamente. Sarà grazie ai suoi professori, ai suoi studi e al suo impegno che riuscirà definitivamente a emanciparsi e ad abbandonare i fantasmi del suo passato, e che riuscirà a non vedere più la scelta della sua educazione come un tradimento verso la sua famiglia, ma un percorso intrapreso solo per se stessa.

Come sempre, quando leggo un memoir, mi sono trovata a un certo punto a domandarmi quanto di quello che stavo leggendo fosse vero. Ho fatto varie ricerche su internet, e a parte alcune rimostranze nei confronti della scrittrice da parte di qualche membro della famiglia, la storia di Tara sembra essere vera. In più punti la stessa Tara scriverà delle brevi note riguardo alla confusione presente nei suoi ricordi, sottolineando l’importanza che ha dato, durante la stesura del libro, alla ricostruzione più puntuale possibile dei fatti della sua infanzia. Mi servo di questo per collegarmi a un altro tema fondamentale del libro: il ricordo. La memoria è la più grande alleata e allo stesso tempo la peggior nemica della protagonista, la quale si rende conto in molti casi di non essere in grado di analizzare il suo passato in maniera obiettiva. Quante volte ci capita di ricordare ciò che vogliamo ricordare, e non ciò che è successo realmente?

Vorrei sottolineare un ultimo aspetto, poi terminerò questa recensione diventata ormai lunghissima. A prescindere dal memoir di Tara e dalla sua storia, mi sento di consigliare questo libro per un aspetto fondamentale che viene trattato: la paura dell’educazione. Se avete bene in mente la situazione politica, culturale e sociale in cui viviamo oggi, credo che questa frase vi farà scattare un campanello d’allarme. Oggi come non mai viviamo la paura di chi educato e formato non lo è, verso chi ha una laurea, chi ha studiato, chi ha una formazione professionale di qualche tipo. Quindi per quanto ci sembri lontano l’Idaho, le assurdità sulla fine del mondo e sul rifiuto della medicalizzazione di base, ricordiamoci che anche noi, nella nostra quotidianità, ci troviamo a vivere costantemente a contatto con persone che mettono in discussione la formazione e la preparazione altrui.

Perché consiglio la lettura di questo libro a tutti? Perché credo si possa capire davvero ciò che l’autrice voleva raccontarci solo leggendolo, non fermandosi alle recensioni che troverete online. “Ah, sì, ho capito. E’ una storia di emancipazione e di denuncia, di un passato trascorso nella violenza.” Sbagliato. Leggetelo. Conoscete Tara e la sua storia, datele l’opportunità di raccontarvi la sua vita, e poi avrete capito.

Piccola, ma importante novità: d’ora in avanti troverete alla fine delle mie recensioni il link di affiliazione ad Amazon, dove poter acquistare i libri di cui vi ho parlato. Se deciderete di acquistare il “L’educazione” attraverso il link che vi fornisco (qui) io riceverò una piccola commissione (che non modificherà assolutamente ciò che voi spenderete, il prezzo del libro per voi è sempre lo stesso) che mi aiuterà a finanziare il blog e acquistare altri libri. Grazie di cuore a tutti quelli che decideranno di usare il link di affiliazione!

Review: Non è te che aspettavo

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Aspettavo questa uscita da quando ne ho sentito parlare per la prima volta qualche mese fa, prima ancora che fosse pubblicato in Italia. Edito da Bao Publishing, Non è te che aspettavo di Fabien Toulmé racconta la storia dell’autore, soffermandosi sui mesi immediatamente precedenti e gli anni successivi alla nascita della sua secondogenita, Julia, nata con la trisomia ventuno. L’argomento da trattare, estremamente delicato e allo stesso tempo poco toccato sia nella narrativa che nei fumetti o graphic novel che fino ad ora ho letto, mi ha subito affascinata, e mi sono convinta ad acquistarlo non appena ho scoperto che si trattava di una vicenda autobiografica.

Nella mia testa si agitavano due pensieri in contrasto tra loro. Il primo mi diceva che mia figlia presentava tutti i segni di una trisomia… il secondo tentava di convincermi che fossi solo paranoico.

La trama si concentra sugli ultimi mesi di gravidanza della moglie di Fabien, Patricia, sul trasferimento della famiglia del protagonista dal Brasile alla Francia, sulla nascita della piccola Julia e sull’impatto che questa nuova vita ha avuto su tutti i membri della famiglia. Pian piano l’autore ci guida nella sua intimità, lasciandoci conoscere non solo la sua piccola realtà domestica, ma anche la sua famiglia. Dopo la nascita della piccola tutto cambia: quello che prima sembrava un piccolo “problema” riscontrato nel cuore della bambina, si rivela essere l’incubo peggiore di Fabien. Sua figlia ha la trisomia ventuno, ovvero la sindrome di Down. E il mondo gli crolla addosso. Dopo aver trascorso il periodo di gravidanza della moglie agitato all’idea che qualcosa potesse andare storto, ai suoi occhi succede il peggio.

Trisomia. Finalmente la parola era stata detta. Avvertii un peso insostenibile schiacciarmi. Qualcuno aveva finalmente tagliato l’incombente spada di Damocle che pendeva sulla mia testa da quando Julia era nata… lasciando che mi prendesse in pieno. Era un pugno allo stomaco che mi impediva di muovermi, di respirare, di fare qualsiasi cosa… dopo quella parola, tutte le altre non esistevano più.

La sincerità, la totale limpidezza dei pensieri di questo padre, pensieri alle volte spiacevoli, dei quali lui stesso si vergogna, la paura che prova, e non riesce a nascondere a chi lo circonda, la disperazione di trovarsi davanti a ciò che aveva temuto durante la gravidanza della moglie, sono alcuni degli aspetti che rendono questa graphic novel molto più di una semplice lettura. E’ un viaggio attraverso la vita di una persona vera, attraverso la quale scopriamo la vita di molte famiglie vere, che si trovano a fare i conti con bambini che vivono in questa condizione.

Non provavo nulla, nei suoi confronti… Sarei mai riuscito ad amare mia figlia? Sarei mai riuscito ad andare oltre la sua condizione? Sarei stato un buon padre per lei?

L’autore racconta il suo viaggio nella malattia della figlia, dall’odio, verso se stesso e i medici per non essersi accorti del problema durante la gravidanza, al rifiuto di quella che lui non vuole e non può considerare sua figlia, fino al totale e disinteressato amore. Insieme a lui vediamo gli altri membri della famiglia, e un ruolo fondamentale è giocato da Louise, la primogenita, che sin da subito entra in totale sintonia con la piccola, la venera, la vizia, non ha occhi che per lei, come ogni altra sorella maggiore nei confronti della nuova arrivata. Non si accorge di quella diversità che vedono gli altri, quella diversità che sembra far coincidere la bambina con un problema, una malattia, come se le due cose si sovrapponessero e Julia fosse la sua malattia. E Louise, essendo la prima a non compiere questo sciocco errore, è come se guidasse i suoi genitori nel lento ma costante percorso di accettazione.

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Tutta la graphic novel è sviluppata dal punto di vista di Fabien, e attraverso di lui conosciamo sua figlia, assistiamo al suo rifiuto e poi al suo amore, vediamo ciò che vede lui, proviamo ciò che prova lui, lo giudichiamo, lo biasimiamo, lo ammiriamo. L’autore si mette completamente a nudo davanti al lettore, creando un rapporto talmente unico ed intimo che mi sembrava di conoscere Fabien di persona. Non mi era mai capitato prima con nessun libro, né con una graphic novel: la realtà dietro queste tavole mi ha permesso di soffermarmi a riflettere davvero su un problema che, essendo lontano da me, non avevo mai affrontato con criticità e attenzione. Mi sono immedesimata nell’autore, ho provato a farmi le domande che si faceva lui, a chiedermi: e se ci fossi stata io, lì, al suo posto? E di rado, devo ammettere, resto così coinvolta in una lettura.

Per la prima volta, sentii un’altra persona raccontare le esperienze che avevamo vissuto noi: la scoperta dell’handicap, la brutalità della notizia, la sofferenza… e poi l’amore.

La precisione tecnica e medica con cui vengono spiegati certi aspetti della malattia è stato un altro aspetto che ho molto apprezzato. Attraverso parole e ragionamenti semplici ho scoperto molte cose che ignoravo completamente, quindi ho trovato anche la lettura estremamente utile, precisa e allo stesso tempo delicata.

Consiglio davvero a tutti la lettura di questa splendida graphic novel e spero di aver suscitato un po’ di curiosità in voi con questa recensione. Di seguito trovate i link per acquistarla su Amazon e IBS. Buona lettura!

Non è te che aspettavo… ma sono contento che tu sia arrivata.

Review: Fidanzati dell’inverno di Christelle Dabos

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Le vecchie dimore hanno un’anima, si sente spesso dire. Su Anima, l’arca in cui gli oggetti prendono vita, le vecchie dimore avevano più che altro la tendenza a sviluppare un carattere orribile.

Ho iniziato a sentir parlare di questo romanzo ben prima che venisse pubblicato, e non appena è diventato disponibile sono corsa in libreria e l’ho acquistato subito. Fidanzati dell’inverno di Christelle Dabos, portato in Italia da Edizioni E/O è il primo di una serie fantasy, già piuttosto famosa in Francia, al quale seguiranno altri tre volumi:, due dei quali sono già stati annunciati in italiano: Scomparsi di Chiardiluna e La memoria di Babele. Nonostante le dimensioni di questo librone (dal formato molto grande e con ben cinquecento pagine), l’ho divorato in pochissimi giorni, aiutata dallo stile fluido dell’autrice e dal ritmo incalzante della narrazione.

Fidanzati dell’inverno è un fantasy che strizza l’occhio allo steam punk, con un world building pazzesco, ambientato in un mondo “lacerato”,  dove l’umanità vive su enormi arche, in tutto esistono 21 arche maggiori e qualche centinaio di arche minori, che ruotano attorno al nucleo di quella che un tempo fu la Terra. La protagonista, Ofelia, è originaria dell’Arca Anima, un luogo nel quale tutti gli oggetti possiedono, appunto, un’anima propria. La ragazza lavora come curatrice di un museo ed è una “lettrice” estremamente dotata: è in grado infatti di leggere la storia degli oggetti che tiene in mano, un dono piuttosto comune tra i suoi famigliari. Ma questo non è l’unico potere della nostra protagonista, la quale risulta essere una delle poche attraversaspecchi conosciute: può infatti spostarsi da uno specchio all’altro a suo piacimento per raggiungere luoghi diversi. La trama si concentra sul matrimonio che incombe sulla protagonista, un matrimonio organizzato dalla sua famiglia e dalle Decane, la massima autorità su Anima, che la vedranno unirsi a un perfetto estraneo, per di più membro di un’altra Arca (scopriamo ben presto che queste unioni sono piuttosto rare), la lontana e inospitale Arca Polo, dove regna un inverno perenne.

“Il cuore di Thorn…” mormorò calcando sulle erre. “Un mito? Un’isola deserta? Un pezzo di carne secca? Non l’ho mai visto innamorarsi di qualcosa, se questo può consolarvi.”

Le vicende vedranno protagonista Ofelia e il suo futuro sposo, Thorn, un individuo misterioso, austero e piuttosto arrogante con il quale la ragazza avrà non qualche problema a entrare in sintonia (anche solo a rivolgerli la parola, in realtà). Ofelia e Thorn rappresentano due antipodi: lei è tanto goffa, impacciata e gentile quanto lui è austero, brusco e distaccato. L’unico aspetto che sembrano avere in comune è la scarsa loquacità.

“Basta uno sguardo per amarsi. Del resto, non si ama mai così bene come quando ci si conosce male”. Parole amare, ma Ofelia non era abbastanza sentimentale perché la cosa la riguardasse. “Non sono innamorata di vostro nipote, tanto quanto lui non lo è di me”.

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Ofelia verrà strappata dalla sua arca e dalla sua numerosa e assillante famiglia, per seguire il futuro marito su arca Polo, dove si troverà a vivere una vita ben diversa da quella che si sarebbe aspettata, facendo la conoscenza di loschi individui e imparando a muoversi in ambienti dove nulla è ciò che appare. Tra illusioni, città volanti, strani e appariscenti individui e futuri parenti che la vorrebbero morta prima che lei raggiunga l’altare, Ofelia dovrà imparare ben presto a difendersi laddove nessuno sembra preoccuparsi davvero per lei.

Non appena ho letto la trama di questo romanzo ne sono rimasta subito colpita: l’ambientazione è molto originale e mi ha ricordato in parte La bussola d’oro, per alcuni richiami al genere steam punk.  Non appena aperto il libro e iniziata la lettura, sin dalle prime pagine si viene catturati dal mondo creato dalla Dabos ed è difficile uscire dalla narrazione. L’autrice è stata particolarmente brava, a mio parere, a fondere i dialoghi con un buon apparato descrittivo: scopriamo un po’ alla volta il mondo delle arche, senza essere travolti da pagine e pagine di descrizioni riguardanti il world building, ma l’autrice riesce a incuriosirci a ogni pagina, e ogni informazione che ci da ci suscita un’altra domanda, che troverà risposta solo qualche pagina dopo. L’alternanza dialoghi/descrizioni così sapientemente giostrato da a mio parere un’estrema fluidità al romanzo, che si legge in pochi giorni, rapiti dalle avventure che dovrà fronteggiare la protagonista. Lo stile è semplice, non troppo elaborato ma non per questo poco preciso: nei fantasy si rischia spesso di cadere in lunghe descrizioni a scapito della trama o viceversa concentrarsi sull’azione a scapito della caratterizzazione dell’ambientazione, invece in questo romanzo ho trovato bene equilibrati questi due elementi.

Il prozio si inginocchiò a fatica ai piedi del letto sul quale Ofelia era accasciata con i piedi infilati negli stivali slacciati, poi la prese per i gomiti e la scosse come per imprimere meglio ogni sillaba nella sua memoria. “Se la personalità più forte della famiglia, piccola. Dimentica quello che ti ho detto l’ultima volta. Prevedo che la volontà di tuo marito si infrangerà contro la tua.”

Altro aspetto fondamentale è stata per me la costruzione dei personaggi: se da un lato ho trovato Ofelia un po’ troppo stereotipata (ma ho apprezzato molto la spiegazione data al suo essere così goffa e pasticciona), ho apprezzato tutti gli altri personaggi e mi è piaciuto il taglio dato alla vicenda, finalmente senza gli ingredienti tipici dei tanti fantasy young adults di cui sono pieni oggi gli scaffali delle librerie. La caratterizzazione enigmatica data al protagonista maschile, Thorn, è un’altro punto a favore, insieme alla scelta di non incentrare il romanzo su una banale storia d’amore. I due sono promessi, ma lungi dal ricreare situazioni stucchevoli e amorose, l’autrice ha saputo giocare con le personalità dei due personaggi principali per rendere più complessa una trama che avrebbe potuto cadere velocemente nel banale.

Come dicevo, l’unico lato negativo che ho riscontrato è stata parte della caratterizzazione del personaggio femminile, anche se, essendo una saga pensata su quattro volumi, credo assisteremo a una crescita della protagonista durante i prossimi libri, già accennata nel nel primo libro, di conseguenza lascio sospeso il mio giudizio in previsione della lettura dei seguiti di questa strabiliante saga.

Più Ofelia contemplava quel paesaggio da favola e più si rafforzava nella convinzione che fosse un inganno, una riproduzione della natura perfettamente riuscita, ma pur sempre una riproduzione.

Ora inizia la lunga attesa per i prossimi volumi della saga, speriamo arrivino presto anche qui in Italia. Spero che questa recensione vi sia piaciuta e l’abbiate trovata utile. Se vi ho incuriosito e avete voglia di leggere questo splendido romanzo, di seguito trovate il link per acquistarlo su IBS.

Review: Silvi e la notte oscura di Federico Falco

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Di rado leggo raccolte di racconti, perché negli anni mi sono accorta che faccio parecchia fatica a portarle a compimento: con la scusa di leggere un racconto ogni tanto finisce sempre che abbandono il libro sul comodino senza averlo portato a termine. Inoltre ho avuto qualche incontro sfortunato con quelli che sono ritenuti i maestri del racconto, e questo non ha fatto che peggiorare la mia avversione a questo genere narrativo (ciao Carver, un giorno ci rincontreremo). Perché tutto questo preambolo? Perché per la prima volta qui sul blog mi appresto a recensire una raccolta di racconti, che non solo ho terminato in pochissimo tempo, ma mi è anche piaciuta molto. Il libro in questione, come avrete notato dalla foto e dal titolo dell’articolo è Silvi e la notte oscura, edito da Sur e scritto da Federico Falco.

E nevicò senza interruzione per tutto il giorno e nevicò senza interruzione per tutta la notte e adesso era quasi l’ora di pranzo e dal cielo non smetteva di scendere, lenta e pesante, la neve.

In breve, il libro è costituito da cinque racconti lunghi circa una trentina di pagine ciascuno, che propongono situazioni e personaggi molto diversi tra loro ma che ruotano attorno ai temi comuni della solitudine, dell’isolamento e del rapporto tra l’uomo e la natura che lo circonda. Devo dire che tutti e cinque i racconti, in un modo o nell’altro, mi hanno colpito molto, e li ho trovati tutti molto godibili (altra cosa per me fuori dal comune, di solito su una selezione di racconti me ne piacciono meno della metà), anche se quelli che ho preferito rimangono il secondo, che da il titolo al libro, il terzo, “Un cimitero perfetto” e il quarto, “La vita nei boschi”.

E se trovava una pianta che non aveva mai visto e non sapeva come si chiamava, correva a cercarla nei suoi libri e imparava subito a memoria il nome completo, famiglia, genere e specie, nome volgare, usi più frequenti.

Un altro aspetto che mi ha sicuramente aiutato a immergermi nella narrazione è stata la possibilità di incontrare l’autore: ho avuto l’opportunità di partecipare alla presentazione del libro alla Confraternita dell’uva, una libreria/enoteca nel cuore di Bologna (qui vi lascio la pagina Facebook). All’incontro erano presenti l’autore e la traduttrice, che con il suo definire i racconti di Federico Falco “haiku lunghi una quarantina di pagine” per esprimerne la delicatezza e la semplicità, ha subito catturato la mia attenzione. In effetti non sono riuscita a trovare un’espressione migliore per definire lo stile tutt’altro che pretenzioso, lineare e molto delicato dell’autore. Federico Falco racconta di personaggi che vivono avvenimenti importanti, a tratti tumultuosi, con estrema grazia ed eleganza. Dialoghi brevi, descrizioni ridotte all’osso e nonostante questo tremendamente evocative (soprattutto quelle dedicate agli spazi aperti e alla natura, fulcro di ogni racconto) e la capacità di far trasparire lo stato d’animo di ogni personaggio attraverso la descrizione delle sue azioni, senza mai svelarlo completamente nero su bianco sulla pagina.

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I personaggi. Un’adolescente, un vecchio che decide di isolarsi e vivere in montagna, un architetto di cimiteri, un’anziana signora rimasta vedova, una donna e il padre che vedono il loro mondo a cui appartengono cambiare radicalmente sotto i loro occhi e improvvisamente non accoglierli più. All’apparenza personaggi che non hanno nulla in comune e che affrontano la vita nei modi più diversi possibili. Eppure leggendo un racconto dopo l’altro ed entrando in sintonia con queste figure sempre un po’ misteriose, ai margini della società, se ne scoprono lati in comune. Primo fra tutti, come detto in precedenza, il rapporto con la natura e la necessità di isolarsi da ciò che li circonda. La solitudine, una solitudine consapevole e desiderata, è il centro dei racconti di Falco. L’autore ha affermato di voler raccontare della difficoltà della socialità, avvertita da lui, individuo piuttosto solitario, a volte come un lavoro: stare con gli altri attivamente è effettivamente un’attività che richiede molti sforzi ed energie e i suoi personaggi hanno deciso, in modi diversi, di rifiutare la socialità intesa come “obbligo” dalla società.

Ogni volta che fosse morto un abitante di Coronel Isabeta e il corteo funebre avesse accompagnato il suo corpo al cimitero, gli alberi che Victor Bagiardelli aveva scelto avrebbero chinato i loro rami per alleviare l’angoscia dei dolenti.

Un altro tema centrale è quello dello scorrere del tempo, centrale nel racconto ” La vita nei boschi”, in cui il tempo di fonde con la natura e gli alberi diventano un vero e proprio orologio per contare gli anni che passano, per vedere come è cambiata radicalmente la vita dei personaggi e come non potrà più essere.

La presentazione del libro è stata molto interessante: l’autore è una persona estremamente piacevole, e sarei rimasta ad ascoltarlo per ore. I momenti che mi hanno colpito di più sono stati quelli dedicati al significato che la scrittura prende nella vita dell’autore, e al potere che egli vi attribuisce. Scherzando ha definito lo scrivere un libro come un modo di stare con altre persone senza “quella parte difficile” dello stare effettivamente con altre persone.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi abbia incuriosito. Come sempre di seguito trovate i link per acquistare il libro su Amazon e IBS.

Review: E la chiamano estate

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La mia prima volta ad Awago, avevo paura di nuotare nel lago. Poi mia mamma mi ha insegnato ad aprire gli occhi sott’acqua.

Pensavo che fosse qualcosa di speciale. Come un potere.

Poi l’ho detto a Windy e ho scoperto che tutti possono farlo.

Era da tempo che desideravo leggere questa graphic novel, e non appena l’ho trovata in biblioteca l’ho acciuffata senza pensarci due volte. La vicenda narra di Rose, una ragazzina come tante che si trova a passare ogni sua estate insieme ai suoi genitori ad Awago Beach, tipica località estiva. Qui passa le giornate a fare bagni nel lago e girovagare insieme alla sua amica Windy, che le fa compagnia ogni estate, ma quest’anno cambieranno alcune cose. Rose si trova infatti ad affrontare da un lato un momento di crescita personale e dall’altro la crisi dei suoi genitori, che attraversano un periodo difficile del quale la figlia è l’inerme testimone. Le vicende di Rose e Windy si intrecciano con quelle della piccola comunità di Awago Beach, e le due ragazzine si troveranno testimoni di alcune vicende che riempiranno le loro giornate di tante domande e dubbi.

L’aspetto che mi ha entusiasmato di più di questa graphic novel è stata l’atmosfera ricreata dalle autrici: leggere di Rose e della sua amica Windy mi ha riportato ai miei dodici anni, ai mesi estivi trascorsi sempre nella stessa località marittima con sempre gli stessi amici a fare sempre le stesse cose, in quel misto di noia e di giornate spensierate tipiche di quegli anni. Mi è piaciuta anche la scelta di lasciare un po’ di spazio anche “agli adulti” della vicenda, nonostante sia presentata come una “graphic novel adolescenziale”, raccontando da un lato la difficoltà di Rose nel capire e accettare i problemi dei suoi famigliari, e dall’altro il punto di vista dei genitori stessi, che si trovano a vivere un periodo difficile e provano a gestirlo come meglio possono.

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Ho trovato meraviglioso lo stile, e in conclusione posso dire di aver apprezzato più la forma che non il contenuto vero e proprio. I disegni mi hanno incantato, come anche la struttura dei dialoghi e la divisione delle tavole, e ho trovato meravigliosa la scelta monocromatica  che accompagna tutta la narrazione. Il tratto è molto morbido, e colpisce soprattutto nelle tavole dominate dal lago e l’ambiente naturale che lo circonda.

La vicenda in sé per sé non mi ha comunicato molto: non sono riuscita a entrare in sintonia con la protagonista né ad appassionarmi alla sua storia. Ha sicuramente inciso molto che la fascia di età alla quale questa graphic novel si rivolge sia inferiore alla mia, diciamo attorno ai sedici/diciassette anni. Purtroppo non sono riuscita ad apprezzare appieno le vicende raccontate dalle autrici. I personaggi alla lunga mi hanno annoiato, sia Rose, che sua madre, che Windy, e in alcuni punti ho trovato i loro comportamenti un po’ forzati dalle circostanze. Inoltre avrei preferito che si approfondissero di più certe dinamiche interne alla famiglia piuttosto che spostare la scena così spesso sulle vicende che coinvolgevano la comunità di Awago Beach, sebbene queste ultime servissero in parte come pretesto per raccontare la crescita di Rose e della sua amica.

Nel complesso è stata una lettura piacevole ma non riesco a dire che mi abbia lasciato “qualcosa in più” dopo averla terminata.

Voi avete letto questa graphic novel? Vi è piaciuta? Vi aspetto nei commenti!

Qui trovate il link per acquistarla su Amazon e IBS. Buona lettura!