Il mio 2020 in libri – appunti di lettura di questo strano anno

Dopo una lunghissima assenza torno a pubblicare finalmente un post su questo blog, fino ad ora lasciato a se stesso; e anziché partire all’inizio dell’ anno a me piace andare controcorrente e cominciare già adesso, sul finire. Nel corso del 2020 non mi è stato possibile seguire il progetto del blog come avrei voluto e come spero di riuscire a fare a partire dal 2021, anno in cui vorrei dedicarmi con più costanza a questo piccolo angolo di web. Non siamo in molti, me ne rendo conto, e forse l’assenza di costanza ha portato qualcuno dei miei vecchi lettori abituali ad abbandonare la barca, ma in ogni caso spero di farvi compagnia, in futuro, con qualche nuovo contenuto e nuovi spunti di lettura.

Ripropongo questo post perché ricordo che nel lontano (?) 2018 mi aveva divertito molto scriverlo. Ahimè a causa di forti impedimenti (vedere alle voci: lavoro, tesi) non mi è stato possibile riproporvi questo breve resoconto delle mie letture annuali al termine del 2019, motivo per cui ho deciso di riprendere questa abitudine da quest’anno. Il 2020 è stato un anno strano, imprevedibile e a tratti difficile, e per la prima volta da sempre questa sensazione è condivisa a livello mondiale. Ho deciso di concentrarmi qui sul mio anno letterario, per dare spazio ad alcune riflessioni e approfondire alcuni dei libri che mi hanno tenuto compagnie nelle lunghe (lunghissime) settimane casalinghe che hanno contraddistinto il 2020.

Osservando la mia pagina di Gooodreads (sempre aggiornata con le mie letture, se volete seguirmi mi trovate come apropositodicamilla, qui il link alla pagina) ho notato che quest’anno ho letto pochissimo rispetto agli anni precedenti, ho portato a termine solamente 26 libri (l’obiettivo era di 60 libri, come gli anni precedenti… ci ho provato LOL), di cui 11 tra graphic novel e fumetti e ne ho abbandonati/lasciati in sospeso ben 12! Tralasciando il numero di libri letti, sul quale non mi soffermo mai molto (qualita > quantità), questo ultimo numero è stato quello che mi ha più sorpreso: fino a quest’anno mi sono sempre imposta di terminare i libri che avevo iniziato, anche quelli che non mi stavano piacendo. Nel 2020 ho deciso di “uscire” da questa regola autoimposta e questo è stato il risultato. A dir la verità non so ancora se in futuro continuerò su questa strada: lasciare i libri a metà non mi piace, ho sempre l’idea che “se magari leggo un altro po’ poi mi colpisce, magari basta solo una pagina in più”. Lo so, è sciocco, ma è un pensiero irrazionale di cui non riesco a liberarmi.

Come per il post dedicato al 2018 (che se siete curiosi trovate qui) di seguito vi lascio le categorie di libri di cui vi parlerò oggi! Come nel caso del precedente post, vi segnalo che ho preso l’idea di questo post da uno dei blog che seguo di più, Nessun cancello, nessuna serratura, di Carmen, che aveva proposto questo articolo alla fine del 2017. 

Miglior libro: Nomadland di Jessica Bruder. Sono stata molto indecisa su quale libro scegliere come miglior libro del 2020, e alla fine ho deciso di orientare la mia scelta su Nomadland principalmente per due ragioni. La prima, strettamente personale, che riguarda l’impressione che mi ha fatto questo racconto, e quanto la scrittrice sia riuscita a coinvolgermi in un tema sul quale fino a questo momento non mi ero documentata e non mi ero mai davvero interessata. Nomadland racconta di un’inchiesta durata circa tre anni, duranti i quali la scrittrice ha vissuto con alcuni “nuovi nomadi” d’America, ha seguito i loro spostamenti, li ha conosciuti e ha vissuto con loro. L’autenticità e il coinvolgimento con il quale è riuscita a raccontare questa inchiesta mi hanno lasciato davvero sbalordita. La seconda ragione riguarda la necessità che credo sia diventata ormai imprescindibile di rendersi conto, in quanto collettività, delle conseguenze che hanno i nostri comportamenti, sia vicino che lontano da noi, nel tempo e nello spazio. Questo libro è stato una doccia fredda, uno schiaffo in piena faccia, una fotografia di un mondo parallelo tanto lontano e allo stesso tempo troppo vicino a noi, a me personalmente, ecco perché mi sono sentita di sceglierlo come libro migliore di questo folle 2020, tra tutti credo sia quello che mi ha lasciato di più.

Miglior autore: Azar Nafisi. Di nessun autore che ho “conosciuto” nel 2020 ho letto più di un libro, ma sicuramente è Azar Nafisi ad aver lasciato il segno e avermi incuriosito. Ho già deciso che leggerò prossimamente (spero già nel corso del 2021) il suo Le cose che non ho detto, dove spero di ritrovare le stesse note nostalgiche e allo stesso tempo vibranti che ho trovato in Leggere Lolita a Teheran. La Nafisi mi ha letteralmente trascinato pagina dopo pagina nella sua vita, ha a mio avviso una capacità narrativa davvero magnetica.

Peggior Libro: Tra i libri che ho abbandonato e di cui non ho ultimato la lettura devo citare Serotonina di Michel Houellebecq, con il quale ho avuto grossi problemi, tanto da mollare a metà il libro. Ho amato lo stile, ma non sono riuscita a interessarmi alla trama e allo svolgimento della vicenda raccontata nel libro. Tra quelli che ho portato a termine cito invece una graphic novel, ovvero Inni alle Stelle di Giopota: non mi ha convinto il soggetto, la trama, i temi trattati. Ho sofferto un po’ di confusione nello sviluppo della vicenda, non mi è stato chiaro dove volesse arrivare l’autore in alcuni passaggi, e in generale l’ho trovato un po’ noioso. E’ stato un peccato, in quanto avevo amato tantissimo il precedente lavoro di Giopota, Un anno senza te.

Un’uscita del 2020 che ti ha sorpreso: Mai stati così felici di Claire Lombardo. Ho acquistato questo libro sulla scia delle recensioni positive che hanno accompagnato l’uscita in libreria del romanzo, ed ero un po’ spaventata dall’idea di ritrovarmi a leggere un romanzo tutto sommato carino ma che non motivasse l’entusiasmo. Invece si è rivelato essere uno dei romanzi migliori che ho letto nel corso del 2020, principalmente per due ragioni che ho individuato essere i personaggi e la descrizione dei rapporti tra quest’ultimi. Un romanzo famigliare di oltre 700 pagine letto nel giro di pochi giorni, scorrevole e coinvolgente.

Un’uscita del 2020 che ti ha deluso: Bunny di Mona Awad. Sarò stupida, ma io ragazzi non l’ho proprio capito questo libro. E’ partito bene, e sono arrivata fino alla fine, quindi tutto sommato si è lasciato leggere ma una volta finita la lettura ho chiuso il libro e ho pensato: e quindi? E quindi non lo so, sono rimasta in uno stato di confusione per giorni dopo aver letto questo libro, non credo di esserne riuscita a cogliere il senso fino in fondo, per quanto mi sia piaciuto lo stile dell’autrice, non ci sono entrata per nulla in sintonia.

Un genere che hai rivalutato nel 2020: Quest’anno sono stata molto conservativa, devo ammetterlo. Non ho sperimentato nuovi generi narrativi e sono rimasta al sicuro dove più amo rintanarmi: nei romanzi. Facendo un bilancio dalla mia pagina di Goodreads, ho notato che ho letto quasi esclusivamente romanzi a esclusione di un libro di non fiction e alcune graphic novel. Inoltre mi sono accorta di aver letto quasi esclusivamente romanzi contemporanei di scrittori anglofoni.

Miglior graphic novel (categoria bonus aggiunta da me): Le ragazze del Pillar di Stefano Turconi e Teresa Radice. Devo dire che non è stato affatto difficile scegliere la graphic novel che ho preferito quest’anno, era praticamente impossibile non citare l’ultimo lavoro che ho letto della coppia Radice e Turconi. Ammetto che complice un po’ di letture non tanto avvincenti mi sono allontanata dalle graphic novel nel corso di questo ultimo anno, prediligendo i libri, quindi non avevo una lista molto corposa tra le quali scegliere. Ma se devo essere sincera Le ragazze del Pillar sarebbe stato in cima a qualsiasi lista, in parte complice l’attaccamento che nutro verso Il Porto Proibito, mia primissima graphic novel. E’ stato quasi magico ritrovarvi alcuni dei personaggi che abbiamo conosciuto ne Il Porto Proibito e tornare a immergersi in quelle atmosfere.

Spero di avervi dato qualche nuovo spunto di lettura con i libri di cui vi ho parlato in questo post. Se avete voglia, scrivetemi nei commenti se avete letto un libro che vi ha particolarmente colpito o che vi ha invece deluso.

Colgo l’occasione per salutarvi e per augurarvi un buon fine 2020, nella speranza di un 2021 più leggero e ricco di rivincite su un anno che sicuramente non è stato facile per nessuno di noi! Buon anno!

Chilografia di Domitilla Pirro

Titolo: Chilografia, diario vorace di Palla
Autore: Domitilla Pirro
Editore: Effequ
Pagine: 208
Prezzo: 15,00 €

Oggi vi porto la recensione di un libro scovato per caso in libreria: lo avevo visto su Instagram di sfuggita, ma inizialmente non avevo approfondito la trama. Me lo sono ritrovata davanti in libreria e non appena ho letto le prime righe del retro di copertina ho capito che sarebbe venuto a casa con me. L’ho divorato in meno di 24 ore, e l’ho recensito su Goodreads con 5 stelline su 5 (cosa per me più unica che rara). Questo libro è stato un colpo al cuore: una scrittura potentissima e dei personaggi caratterizzati così bene che difficilmente dimenticherò.

Domitilla Pirro ci racconta la storia di Palma, una bambina prima e una ragazza poi alle prese con un corpo ingombrante con il quale non riesce a scendere a compromessi. I capitoli scandiscono il suo peso corporeo, partendo da quando pesava pochi grammi al momento del suo concepimento, quando seguiamo le vicende dei suoi genitori e dell’universo inospitale che attende Palma una volta nata, fino ad arrivare a numeri a tre cifre. Palma, o meglio Palla, grazioso nomignolo affibbiatole dalle sue compagne scout, crescerà anno dopo anno insieme al suo involucro di carne e adipe, incapace di ascoltarsi e di raccontarsi alle persone che la circondano. Una sorella che non perde occasione di deriderla, una famiglia sfasciata (per colpa di chi? si domanderà una piccolissima Palma), libero accesso al frigorifero, un corpo che lievita insieme all’incapacità di trovare il proprio posto nel mondo. Palma ingrassa, si chiude in sé stessa e troverà in una relazione disfunzionale nata online il conforto e la sicurezza che è sempre andata cercando negli altri. Non voglio dirvi altro della trama, sperando che incontrerete Palma e la conoscerete un po’ alla volta come è successo a me.

Poi c’è una parola che non è corpo e non è cosa. Che non si può contare. Che è e basta, e non è finito. È il sangue. Sangue non ha plurale.

Lo sfondo di queste vicende è la periferia romana, un luogo indefinito che diventa centrale ed entra prepotentemente nello spazio narrativo attraverso la lingua scelta dall’autrice, che alterna frasi in italiano ad altre in dialetto romano. Questa scelta, che traduce in dialetto i pensieri di Palma, contribuisce a rendere la narrazione estremamente reale e concreta. L’autrice si serve di un linguaggio crudo, fortemente evocativo, dove il tema della corporeità e della solidità fisica sono centrali. Descrive con dovizia di particolari i corpi, i fluidi, la carne. La storia di Palma è scandita dal suo corpo, ancora prima che Palma fosse Palma, lei era solo un corpo, nella pancia di Stefania, sua madre.

Era da tempo che non incontravo nelle pagine di un libro un personaggio tanto verosimile e realistico quanto la giovane protagonista di questo libro. Palma viene delineata attraverso la sua solitudine e la sua perenne tensione verso l’accettazione, la necessità di un’accettazione generalizzata da parte di altri, che troverà sfogo solo con l’incontro con Angelo, quello che diventerà il suo ragazzo. In certi passaggi la narrazione è talmente densa e intima che l’autrice spinge il lettore a sentirsi quasi a disagio, come se stesse vivendo momenti troppo intimi di un’altro essere umano. La fotografia che la Pirro scatta di Palma mostra luci e ombre, molte ombre, grandissime ombre che non si riescono a ignorare durante la lettura e finiscono per coinvolgere il lettore in un flusso di pensieri e insulti in romanesco. E mentre sembra che l’autrice ci parli di un universo lontanissimo da noi, se non per quelli che condividono i natali con la protagonista, riesce nell’impresa di parlare delle storie di tutti. Più la scrittura diventa particolare e si concentra sui piccoli dettagli della vita di Palma, più il lettore entra nella sua quotidianità e ne condivide alcuni ricordi, alcuni particolari dell’infanzia, una parola, un gioco, una sensazione. Ancora di più se ha vissuto gli anni novanta ed è incappato una volta o due sui forum che impazzavano nei primi anni 2000.

Forse se cerca di rallentare il cuore col pensiero, se lo vuole abbastanza, lui smetterà di cercare di esplodere.

Spero decidiate di dare un’opportunità a questo libro e di incontrare Palma. Non è un libro adatto a tutti, è vero: ci vuole stomaco e ci vuole coraggio per arrivare in fondo, ma si tratta di uno di quei libri attraverso i quali non si riesce a passare indenni e che non si dimenticano tanto in fretta.

Di ritorni, novità e aggiornamenti di lettura

1970-01-01 01.00.00 23.jpg

Dopo una lunghissima assenza da queste scene, eccomi ritornare con un nuovo contenuto a base di chiacchiere e ultime letture. Quando ho aperto la pagina del blog e ho visto che l’ultimo articolo scritto risaliva ai primi di gennaio mi è venuto male al cuore. Purtroppo questi mesi sono stati piuttosto impegnativi: prima ero immersa fino ai gomiti nella sessione invernale, e successivamente mi sono dovuta concentrare sulla ricerca di uno stage per l’università che si è finalmente conclusa e mi ha dato modo di riprendere a respirare in queste settimane di aprile.

Dopo un lungo periodo di assenza quindi sia dal blog che dalla mia pagina Instagram (dove di solito pubblico con un po’ più di frequenza) ho deciso di riprendere in mano questo piccolo progetto e sto cercando di dargli un nuovo volto e di trasformarlo in qualcosa di più di un semplice blog dove raccolgo recensioni e pareri inerenti a singoli libri. In che senso? Mi piacerebbe portare alcuni contenuti diversi, sempre legati al mondo della carta stampata, che si distacchino dalla canonica recensione. E a proposito di recensioni, subiranno una leggera variazione: cercherò di creare contenuti più brevi e più omogenei tra loro. Vedremo cosa riuscirò a combinare con questa idea, e se voi avete qualche osservazione in merito vi invito a lasciarmi il vostro pensiero nei commenti!

Che altre novità ci sono? Ho deciso di eliminare quasi completamente le collaborazioni con le case editrici. Perché? Perché la vita va veloce, io ho tanti impegni, e ho deciso di leggere solamente ciò che io scelgo di leggere, quando mi va e come mi va. La serietà di un blogger che decide di collaborare con le case editrici, le quali gli mandano gratuitamente copie omaggio di un determinato libro perché questo lo legga e ne scriva una recensione, implica necessariamente che il suddetto abbia tempo e voglia di dedicarcisi. Di conseguenza, escludendo alcuni casi rari, ho deciso di non accettare più collaborazioni di nessun genere. Ogni volta che vi parlerò di un libro o una graphic novel che mi è stata mandata da una casa editrice lo troverete segnalato nel suddetto post, altrimenti potete ricercare la sezione “collaborazioni”. Questo per essere totalmente trasparente nelle mie letture e fornire a voi, che mi leggete, tutte le informazioni riguardanti la mia lettura.

E poi c’è dell’altro? Sì, ho eliminato la collaborazione con Amazon, di conseguenza non troverete più nessun link di affiliazione in fondo ai miei articoli. Vi lascerò sempre il link per acquistare il libro su IBS e il suggerimento di uscire e andarvi a comprare la vostra copia cartacea in una bella libreria.

IMG_20190227_155939

Abbiamo esaurito le comunicazioni di servizio, e posso tornare a concentrarmi su ciò di cui mi piace parlarvi: libri. Cosa ho letto? Cosa sto leggendo? Tra febbraio e marzo ho subito una battuta d’arresto in tema letture, ahimè le ansie quotidiane e la testa appesantita da altri problemi personali mi hanno tenuta lontano dai libri. A febbraio ho affrontato il problema leggendo qualche graphic novel, sempre ottima “medicina” per questi periodi. A marzo invece mi sono venuti in soccorso i romanzi fantasy: sono la mia copertina di Linus, quando non riesco a concentrarmi su altri generi il fantasy mi regala sempre una boccata d’aria e mi permette di leggere, appassionarmi a una storia, e svuotare il cervello. Tra le graphic novel migliori lette nell’ultimo periodo vi segnalo Patience di Daniel Clowe, un vero capolavoro a colori, e Andy di Typex, una mastodontica e curatissima opera che ripercosse la vita di Andy Warhol, a cui vengono aggiunti acuti passaggi originali. Parlando di fantasy, invece, ho recuperato Figli di sangue e ossa di Tomy Adeyemi, un romanzo young adult del quale avevo sentito parlare benissimo ma che non mi ha saputo convincere fino in fondo (trovate due parole in più sul mio profilo Instagram) e l’acclamato Tenebre e ghiaccio di Leigh Bardugo, primo volume della Grisha Trilogy. Ahimè i seguiti non sono stati tradotti in italiano, quindi mi armerò di pazienza e li leggerò in inglese sul mio kobo.

Ad aprile, con la mente più sgombra e più tempo a disposizione, ho rincominciato a leggere libri più impegnativi, e mi è capitato di leggere alcune vere chicche. Primo tra tutti Acquadolce di Akwaeke Emezi edito Il Saggiatore, un libro poetico e fuori dal normale, originale nello stile e particolarissimo nella narrazione. Una lettura folgorante. Altro titolo che voglio menzionarvi è l’ormai acclamatissimo Benevolenza cosmica di Fabio Bacà, un esordio firmato Adelphi, altra lettura stramba e con uno stile ricco, opulento ed esagerato che mi è piaciuta moltissimo. Vi ricordo che ogni mese sul mio profilo Instagram pubblico un post riassuntivo con tutte le mie letture del mese, quindi se non volete perdervi nulla vi consiglio di seguirmi anche lì!

Bene, direi di avervi riportato gli aggiornamenti principali, spero che nonostante l’assenza di questi mesi continuerete a seguirmi e a leggere i miei contenuti. Nelle prossime settimane cercherò di far uscire articoli con un po’ più di frequenza. Nel frattempo: buona lettura!

Recensione: Se la strada potesse parlare di James Baldwin

2018-11-22 12.21.51 1.jpg

Bentornati sul blog! Oggi vi porto la recensione di una delle mie ultime letture, un libro verso il quale nutrivo aspettative piuttosto alte, avendone sentito parlare molto bene da chiunque lo avesse già letto, ed effettivamente la lettura ha soddisfatto, se non addirittura superato, queste aspettative. Prima di iniziare la recensione vi lascio il sito della casa editrice Fandango, che mi ha mandato questo libro e che non smetterò mai di ringraziare per avermi fatto conoscere Baldwin e la sua meravigliosa scrittura.

Perché, capite, lui aveva trovato il suo centro, il suo centro personale dentro di sé: e si vedeva. Non era il povero negro di nessuno. E questo è un crimine in questo fottuto libero paese. Devi essere un povero negro: ed è stato quello che i poliziotti hanno deciso quando Fonny si è trasferito in centro.

Questo libro mi era stato presentato come una “bellissima storia d’amore” e io, non essendo una grande amante del genere, partivo un po’ prevenuta. Ora che l’ho terminato posso affermare che è molto di più, è sì una bellissima storia d’amore, ma non solo. E’ la storia di una famiglia, di un quartiere, di uno spaccato della società, di un periodo storico, che racconta senza la pretesa di spiegarlo, un intero mondo. Baldwin scriveva questo romanzo nel 1974, e la vicenda si sviluppa durante i turbolenti anni settanta in una società americana dove le discriminazioni razziali sono all’ordine del giorno. Siamo a New York, una New York bellissima e terribile, e seguiamo le vicende narrate in prima persona della giovane Tish, diciannovenne afroamericana incinta del suo ragazzo, il ventunenne Fonny, incarcerato ingiustamente per lo stupro di una donna portoricana che afferma di averlo riconosciuto come il suo aggressore. In pochissime parole, questa è la trama, in realtà c’è molto di più. Quella che inizialmente sembra una vicenda che ruota attorno a due soli personaggi, Tish e Fonny (che quasi conosciamo solo attraverso i ricordi di Tish), coinvolge invece due intere famiglie e tutte le persone che incrociano, anche per un attimo la vita di Tish. Baldwin infatti non risparmia nessun personaggio dal suo sguardo attento, e attraverso il fiume di pensieri di Tish ci porta a conoscere la sua famiglia, quella di Fonny e le persone che attraversano le loro vite, dal ragazzino tassista di San Juan, alla donna italiana che gestisce un fruttivendolo, all’uomo gentile che avrebbe affittato la sua soffitta ai due giovani. Così questa diventa anche la loro storia, la storia di una donna portoricana stuprata e spaventata, di un avvocato bianco e coraggioso, di una madre, Sharon, che per sua figlia e il suo futuro nipote farebbe (e fa) di tutto. Baldwin costruisce un vero mosaico, in cui ogni tessera tocca e influenza quelle che gli stanno accanto.

Il mondo vede quello che vuole vedere o, quando si arriva alla fine dei conti, quello che gli dici di vedere: non desidera sapere chi, cosa o perché sei.

E’ una storia d’amore, che non “rimane” tra due sole persone ma si espande tutto attorno a loro. E’ la storia di come l’amore può fare la differenza nella vita delle persone, di come può salvare e condannare, di come i rapporti sociali possono incidere nel corso dell’esistenza di un singolo individuo. In questo caso è esemplare il paragone tra la vicenda di Fonny e quella del suo amico Daniel, per mettere in luce la differenza tra due giovani che hanno avuto la possibilità di godere in modo diverso dei rapporti che li circondavano.

La drammatica storia di Fonny, che si è macchiato dell’unico crimine di essere nato nero, in una società profondamente razzista, accusato ingiustamente per un crimine che non ha commesso, è portata come uno schiaffo agli occhi del lettore, a denuncia di una società corrotta e votata alla discriminazione razziale. Nonostante il profondo dolore di cui è impregnata ogni pagina del romanzo, Baldwin non si perde mai in toni tragici e pesanti, anzi, riesce a raccontare questa storia con quasi un velato e leggero ottimismo, un senso di fratellanza, non solo tra i neri, ma più collettivo, che prescinde la nazionalità, il colore della pelle e l’etnia.

Lo stile si adatta al tono della narrazione: a raccontarci questa storia è la stessa protagonista, Tish, e Baldwin le regala una voce (forte, riconoscibile, determinata, disperata) e lo spazio necessario per raccontarci la sua storia. Lo scrittore si annulla in lei e allo stesso tempo è estremamente presente, le due voci si sovrappongono e per noi l’unica narratrice della vicenda diventa la giovane e inesperta Tish, e attraverso le sue stesse parole impariamo a conoscere lei e il mondo che la circonda. Questa scelta finisce per coinvolgere il lettore talmente tanto che a metà del libro ci sembrerà di essere con Tish per le strade di New York, di accompagnarla al lavoro, di guardare Fonny attraverso il vetro della sala degli incontri in carcere, ci sembrerà di essere lì, di far parte di quella storia, di essere a nostra volta coinvolti. Ci sorprendiamo con lei, ci arrabbiamo con lei, ci indigniamo, speriamo, sorridiamo, siamo felici, piangiamo con lei. E questa forza evocativa è forse il principale aspetto positivo del romanzo, al di là della trama, dei personaggi, della storia in sé, è il modo in cui viene raccontata questa storia ad avermi colpita e rapita.

Processed with VSCO with hb1 preset

Credo che non succeda troppo spesso che due persone possono ridere e anche fare l’amore, fare l’amore perché ridono, ridere perché stanno facendo l’amore. L’amore e il riso provengono dallo stesso luogo: ma solo in pochi ci vanno.

Il registro è esattamente quello che ci aspettiamo da parte di una diciannovenne con un’istruzione media e tanta rabbia in corpo: a volte è un po’ sboccata, sempre sincera, racconta la sua realtà senza filtri, senza migliorare nulla di ciò che le passa per la testa, di ciò che sente. Ci racconta la sua frustrazione, la sua rabbia, la sua paura. Molto più di qualsiasi altro sentimento, è la paura a regnare nelle pagine di questo romanzo: tutti hanno paura, e la cosa che mi ha più colpito è che nessun personaggio ha paura per se stesso, non direttamente. Tutti sono spaventati per qualcuno di caro. Una sorta di paura condivisa e strisciante che lega ogni personaggio l’uno all’altro.

L’ultimo aspetto del quale vorrei parlarvi è anche l’unica nota dolente del romanzo: il finale. Ho apprezzato il finale aperto, ma l’ho trovato troppo aperto, un po’ arrangiato. Seguendo la storia, ho trovato naturale che non ci fosse la parola fine a questo romanzo, ma avrei sperato in qualcosa di più, visto lo svolgimento della trama. Mi è sembrato incompleto, sarebbero bastate una ventina di pagine per renderlo, almeno ai miei occhi, un romanzo praticamente perfetto.

Colpita dallo stile e dalle tematiche trattate da Baldwin, da sempre attivista per i diritti civili e che ha fatto delle denunce di discriminazioni razziali il centro di molte sue riflessioni, ho deciso di approfondire la sua figura e la sua produzione: Fandango ha portato in Italia La stanza di Giovanni, uno dei romanzi più conosciuti dell’autore e da quello che ho potuto capire dal loro addetto stampa, sono intenzionati a portarci tutte le opere dello scrittore (evviva!). Qui vi lascio un articolo sullo scrittore che ho trovato piuttosto interessante: si tratta un’intervista del 1962, pubblicata sul The Guardian, dopo l’uscita del secondo romanzo dell’autore. Qui Baldwin parla del suo controverso rapporto con la città di New York (è nato e cresciuto ad Harlem), sempre centro focale dei suoi romanzi, della sua scrittura e della necessità di lasciare l’America per vivere per un periodo di tempo in Europa.

“I left America because I thought that if I survived at all I would drown as a writer in bitterness. I wanted to be a writer, not a Negro writer.” – J. Baldwin

Vi segnalo inoltre, se foste interessati (come la sottoscritta) ad approfondire le tematiche di Baldwin, una raccolta di suoi saggi e riflessioni, edito Bompiani, Questo mondo non è più bianco.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e che sia riuscita a incuriosirvi un po’ riguardo a questo meraviglioso libro, al quale spero decidiate di dare una chance. Come sempre vi lascio qui il link per acquistarlo tramite il mio link di affiliazione ad Amazon.

Recensione: …che Dio perdona a tutti di Pif

2018-11-14 09.14.00 1.jpg

Bentornati sul blog, dopo un lungo periodo di assenza torno con una recensione in occasione di una nuova uscita in libreria. Ammetto di essermi approcciata alle prime pagine di questo libro un po’ titubante. Ero molto curiosa di incontrare la voce di Pif (Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif) per la prima volta attraverso la carta stampata, conoscendo e apprezzando già i suoi lavori pregressi, da Il testimone, ai film, ai documentari, ed ero molto interessata a vedere come se la sarebbe cavata come voce narrante di un libro. Perché ero incerta, inizialmente? A causa del tema centrale del romanzo: il focus è il rapporto di un uomo qualunque con la fede cristiana, un argomento molto lontano da me (ho messo in pausa questo aspetto della mia vita alcuni anni fa), o almeno così pensavo prima di leggere “…che Dio perdona a tutti”.

Ma guardi un attimo questo paese che si dichiara cattolico. Mi sembra acclarato che non sia così. Se fosse vero, saremmo un paese civile. Perché il pensiero fondamentale che accompagna le azioni degli italiani è: futti futti, che Dio perdona a tutti! C’è sempre la misericordia di un Dio misericordioso che ci salverà. Se la vivi così, la fede, è molto facile essere cristiani.

Per quanto mi riguarda Pif si conferma essere un narratore in grado di spaziare tra più medium riuscendo a portare un messaggio ben chiaro senza assumere un tono pedante o didattico, coinvolgendo il lettore (in questo caso) e riuscendo a mantenere sempre il suo inconfondibile tono ironico e apparentemente spensierato.

Leggendo “…che Dio perdona a tutti” mi sono ritrovata impantanata in una serie di riflessioni che non pensavo potessero colpirmi così da vicino. Ma andiamo con ordine. La trama ruota attorno alla figura di Arturo (che incontrerà anche qui la sua Flora, come in ogni opera di fantasia realizzata dall’autore, il quale è particolarmente affezionato a questi due nomi e li ripropone come protagonisti in ogni storia), un normalissimo agente immobiliare palermitano che conduce un’esistenza quanto mai mediocre, scandita dalle partite a calcetto con gli amici giocate controvoglia, un lavoro che non gli da nulla in più di uno stipendio e la sua unica vera passione: i dolci. Arturo passa i suoi momenti liberi alla scoperta di pasticcerie per le vie di Palermo, assaggiando iris e sciù ogni volta che ne ha l’occasione. La vita di Arturo scorre in modo estremamente lineare fino all’incontro con Flora (e soprattutto con la sua fede). Arturo incontra Flora in una pasticceria ed è amore a prima vista, gli basta sentirla parlare di dolci per capire che quella è la donna della sua vita. I primi mesi della loro relazione sono a dir poco idilliaci, e tutto va per il meglio fino a quando Flora non fa notare ad Arturo che non ha comportamenti da buon cristiano, coerentemente con ciò che lui afferma di essere (ovvero “credente, un po’ come lo sono tutti”). Arturo scoprirà infatti che la fede, per la sua fidanzata, è un elemento centrale e fondamentale della sua vita, tanto che proprio la fede e le critiche mosse da Flora lo porteranno a prendere una decisione drastica e quanto mai lontana dal suo carattere: per tre settimane si sarebbe gradualmente convertito, applicando alla lettera (sempre entro certi limiti) gli insegnamenti della religione cattolica. Arturo si troverà a questo punto a scontrarsi con numerosi comportamenti che vedrà per la prima volta nella loro totale incoerenza, da parte anche di persone molto vicine a lui.

Ci sono momenti nella vita in cui uno vorrebbe scendere momentaneamente da se stesso. Ma solo per un breve periodo. Una sospensione. Giusto per capire le proprie intenzioni e quelle del resto del mondo. Per comprendere quanti punti in comune ci possano essere.

Non mi dilungo ulteriormente sulla trama perché non voglio rovinarvi la lettura. Prevedibilmente le cose andranno male, molto male, per il povero Arturo. Di certo il punto di forza di questo libro non è l’effetto sorpresa, ma devo dire che, per quanto sappiamo fin dall’inizio che le cose prenderanno una brutta piega, questo non rovina assolutamente la lettura. Tra l’altro, nonostante mi aspettassi almeno in parte alcuni risvolti della vicenda, ho divorato il libro in poche ore, incapace di staccarmi dalle pagine.

Processed with VSCO with  preset

Lo stile è  leggero, molto scorrevole e la voce narrante è caratterizzata dall’inconfondibile ironia di Pif che racconta in prima persona le vicende del protagonista, inserendo numerose digressioni e divagazioni durante lo svolgimento della vicenda che riescono sempre a strappare un sorriso e una mezza risata al lettore. Così come nelle due pellicole girate dall’autore (La mafia uccide solo d’estate e In guerra per amore), anche qui il registro conferma la scelta dell’autore di veicolare messaggi importanti attraverso la leggerezza, senza annoiare mai e senza rendere pesante la narrazione.

Il tema principale, già annunciato nella quarta di copertina e che vi salterà agli occhi in quasi in ogni pagina del libro, è la coerenza dell’essere cristiani. L’autore si interroga sull’importanza data alla coerenza dal cittadino comune, dall’italiano medio che vive la religione ormai più come un accessorio da sfoggiare la domenica mattina per andare a messa, che non come un’esigenza personale. Per chi se lo stesse chiedendo: no, questo libro non è una critica alla religione, anzi, tutt’altro. È piuttosto una dimostrazione della difficoltà di essere cristiani, soprattutto ora, in un tempo in cui possiamo effettivamente scegliere in cosa credere e come agire di conseguenza, privilegio che le generazioni passate non hanno sempre avuto. Il messaggio è molto chiaro, e non lascia scampo a interpretazioni sbagliate: puoi scegliere, ma se decidi di definirti cristiano, è il caso che tu sappia davvero cosa vuol dire esserlo.

Quante volte nella nostra quotidianità siamo messi davanti a questa totale e disarmante incoerenza, senza che in realtà ormai ne fossimo colpiti più di tanto? I crocifissi nelle scuole sì, ma i migranti li aiutiamo a casa loro. Cito questi due esempi presenti anche nel libro, uno affianco all’altro, per rendere evidente la totale contraddizione di questi comportamenti (è facile immedesimarsi in Arturo, così come è facile condannare chi lo circonda, anche se nella vita quotidiana probabilmente siamo molto più simili a queste persone senza nemmeno rendercene conto). Nel libro vengono trattati argomenti anche molto attuali, come appunto l’accoglienza dei migranti, e viene spontaneo al lettore (o almeno è venuto spontaneo a me) interrogarsi, calarsi nei panni di Arturo prima e di chi lo circonda poi, e chiedersi “ma io, cosa avrei fatto?”.

Arturo esaspera alcuni aspetti della religione, a volte inconsciamente, altre con consapevolezza, fino a quando questa “finzione”, per mostrare l’assurdità di certi comportamenti cristiani, considerati impraticabili dallo stesso Arturo (chi mai direbbe la verità, pur sapendo che questo gli costerà problemi sul luogo di lavoro?) non lo ingloberà completamente, iniziando a fargli vedere il mondo che lo circonda da un punto di vista completamente diverso e inaspettato.

Non volevo vivere il cristianesimo come uno sport, da praticare solo quando ne avevo voglia o non avevo impegni. Ci sono certe cose che ci mettono sicurezza e ci confortano. Quando sta male un caro o stiamo male noi, ci ricordiamo di essere cristiani. Quando un presunto invasore rischia di mettere in discussione “le nostre radici cristiane”, allora lo diventiamo. Pratichiamo il cristianesimo quando ci è più comodo.

Uno degli aspetti che mi è sembrato si volesse evidenziare nel libro è l’accettazione totale e condivisa di questa incoerenza da parte di tutta la società, che ci porta alla convinzione che nessuno può cambiare le cose, nessuno può comportarsi davvero come un cristiano, quindi non senso nemmeno provarci.

Nel nostro inconscio ci aspettiamo sempre che prima o poi arrivi qualcuno ad aggiustare le cose, a sistemare quelle situazioni che consideriamo drammatiche, qualcuno dotato magari di un superpotere, perché solo così potrà riuscire nel suo intento. E non appena questo tentativo viene fatto da qualcuno uguale a noi, con i nostri stessi problemi e nella nostra stessa condizione, con qualche difettuccio e magari anche non nel migliore dei modi, siamo pronti al giudizio e ad affossare tale tentativo. Senza nemmeno farci sfiorare dall’idea che forse, se ci ha provato lui, potevamo farlo anche noi.

Ci sarebbero molte altri aspetti del libro che vorrei discutere con voi, ma rischio di scrivere talmente tanto che nessuno arriverebbe alla fine della recensione, quindi concludo qui. Mi sento di consigliare questo libro a chiunque, credenti e praticanti e non, a prescindere dalla propria fede religiosa e dal proprio credo. Il messaggio che vuole mandare può essere accolto da tutti indistintamente dalla religione di appartenenza. Come sempre qui vi lascio il link per acquistarlo su Amazon (cliccando sul link in questione verrete indirizzati alla mia pagina di affiliazione).

 

Recensione: La casa sul Bosforo di Pinar Selek

Processed with VSCO with a9 preset

Istanbul è una città immensa, carica di miti. Ora piange, ora ride. Un intreccio di microcosmi. Di tempi e di luoghi. Di ricordi e speranze. Di dita rovinate, di labbra di rosa, di sguardi segreti…

Sono molto felice di potervi parlare di questo libro, in parte perché desideravo leggerlo da tempo, e in parte per il modo con cui ne sono venuta in possesso. Questa sarà una recensione un po’ fuori dai soliti schemi, per ragioni che capirete andando avanti con la lettura. “La casa sul Bosforo” è il primo libro promosso dalla campagna di #freereading di Acciobooks, un sito dove potete scambiare gratuitamente i vostri libri con altre persone sparse per tutta Italia. Come funziona la campagna di free reading? Vi rimando al loro profilo Instagram, dove potrete trovare tutte le informazioni dedicate al progetto tra le storie salvate in evidenza, e nel caso decidere di partecipare alle prossime edizioni. Grazie a questa iniziativa potrete essere tra i fortunati scelti per ricevere una copia di un libro gratuito, come è successo a me per il libro di cui vi parlo oggi, per poi “rimetterlo in circolo” una volta letto e scambiarlo.

Di cosa parla La casa sul Bosforo? Siamo a Istanbul, seguiamo, nel corso di circa un ventennio, due giovani coppie attraverso avvicinamenti e allontanamenti nel tempo, partendo dai primi anni ottanta e arrivando fino agli anni duemila. Questo era quello che mi era stato detto a proposito di questo libro, questo era quanto mi aspettavo. La verità è che ci troviamo davanti a un’opera ben più complessa, articolata e preziosa di quanto queste brevi frasi possano lasciar presagire. Sì, ci troviamo a Istanbul, ma se come me siete innamorati della colorata città turca, preparatevi a immergervi di nuovo (se, come me, avete già avuto il piacere di conoscerla) nell’atmosfera famigliare e ricca di contrasti della città. Preparatevi a esplorarla insieme ai protagonisti, a riconoscerne gli odori e i colori. Istanbul, e in particolare il quartiere di Yedikule, prendono vita tra le pagine di questo libro. Yedikule è l’ambientazione principale delle vicende, che però non si limita a fare da sfondo ai racconti dei personaggi che popolano il quartiere, ma si fonde con loro e diventa lo stesso motore che fa muovere le loro storie. Sarà proprio qui che convergeranno le storie dei numerosi personaggi, qui che la loro vita in un modo o nell’altro cambierà, sullo sfondo dei vicoli e delle botteghe di Yedikule compieranno scelte difficili, si innamoreranno, combatteranno per ciò in cui credono e sacrificheranno quanto hanno di più chiaro al mondo.

Ma chi sono questi personaggi? Sono tanti, diversi, e hanno origini differenti, alcuni hanno radici in paesi lontani, altri non le hanno mai avute. Ci sono Sema, che era convinta di essere una ragazza svogliata e destinata a una vita mediocre, Hasan, un musicista che arriverà fino a Parigi prima di capire che le sue radici sono più forti di ciò che pensava, il falegname Salih, dal cuore grande e innamorato di Sema, Elif, che cerca la giustizia e un ideale al quale consacrare la sua vita, Guljan, la madre di Sema che per dare una vita migliore della propria alla figlia accetta le umiliazioni di una ricca famiglia sul luogo di lavoro, Haydar, che non è più sicuro della guerra che sta combattendo e per la quale ha sacrificato tutto, anche il suo nome, la prostituta Handè che ha deciso di cambiare vita. Potrei continuare per molto ancora, perché questi sono solo alcuni dei personaggi che incontriamo a Yedikule, tra chi vive e vivrà lì per tutta la vita, chi è solo di passaggio e chi è appena arrivato con l’intenzione di restarci per sempre. Inizialmente ho fatto un po’ di fatica a seguire le diverse storyline di tutti i personaggi, ma non appena si sono iniziati a incrociare ecco che succede la magia, e ho ritrovato il mosaico di culture, odori e personalità che avevo trovato durante il mio viaggio a Istanbul ormai quattro anni fa. L’autrice tira i fili della trama, sospinge delicatamente i suoi personaggi verso Yedikule, come sussurrando loro che è lì che devono andare, anche se ancora non sanno perchè.

Le persone ci mettono sempre troppo tempo a conoscere ciò che hanno a portata di mano. Guardano solo le cose inaccessibili.

Non c’è città migliore per ambientare un romanzo corale come questo. Sarò di parte, ma Istanbul è la città dai mille volti, dalle mille storie, dove chiunque può sentirsi allo stesso tempo accolto e rifiutato. Mi rendo conto di non scrivere una recensione particolarmente oggettiva, in questo caso, così come di non fornire molte nozioni specifiche riguardo alla trama, ma credo che in questo caso l’atmosfera che si respira in ogni pagina del romanzo sia ben più importante della ricostruzione dei singoli avvenimenti.

Processed with VSCO with a6 preset

Il libro è raccontato come fosse una fiaba, più realistica di ciò che di solito siamo abituati a individuare come tale, ma dalle tinte un po’ magiche, se vogliamo, sospesa fuori dal tempo. Allo stesso tempo però il racconto viene ben radicato nella quotidianità, e si scontra con la realtà, in certi punti in modo violento e terribile. Questa storia non parla solo di accettazione, aiuto reciproco, amore, fiducia e sacrificio, ma anche di fuga, rifiuto, guerra e paura del diverso. Istanbul è la città con due facce: da secoli integrazione e rifiuto si scontrano quotidianamente tra le sue vie, e sarebbe errato ricordarsi solo della parte magica: c’è anche quella tradizionalista, violenta, soppressiva, e soffocata da tutte quelle culture che storicamente compongono il tessuto sociale della città. Greci, armeni, ebrei, curdi: è difficile ormai tenere il conto di quante minoranze si siano intrecciate, mischiate e allo stesso tempo odiate all’interno di questa città. Questo libro ci aiuta nell’intento di non dimenticare alcuni importanti avvenimenti (il colpo di Stato del 1980, il Pogrom d’Istanbul, la crisi di Cipro, le discriminazioni razziali e religiosi perpetrate verso numerose minoranze etniche), raccontandoci dell’abbagliante luce di Istanbul, senza però nasconderne le ombre. Personaggi armeni, greci e curdi prendono la parola e ci  raccontano la loro storia, probabilmente inventata essendo un lavoro di fiction, ma sicuramente non si discosterà molto dalla verità di numerose persone che, anche solo nell’ultimo secolo, si sono trovate coinvolte in eventi tragici ben più grandi di loro, solo per via della nazionalità dei propri genitori o dei propri nonni. Istanbul è stata, e purtroppo è, anche questo: un mosaico di luci e ombre indistricabili.

L’aspetto immutato malgrado gli anni. Gli occhi scuri offuscati: dalla pioggia o dalle lacrime?

L’ultimo aspetto sul quale mi soffermo, prima che questa diventi una recensione chilometrica, è lo stile dell’autrice. Lo stile della Selek è molto delicato, quasi sognante per certi versi, e allo stesso tempo diretto, caratterizzato da frasi piuttosto brevi e dialoghi diretti, incisivi, veloci, a volte troppo, ed  è forse l’unico aspetto che non mi ha conquistato del tutto di questo libro. Avrei apprezzato alcune descrizioni più approfondite della città, uno studio maggiore della psicologia dei personaggi, per quanto siano molti e difficilmente analizzabili nella loro singolarità.

Vi è piaciuta la mia recensione di La casa sul Bosforo? Vi ricordo che sarà presto in scambio sulla mia libreria di Acciobooks, in alternativa vi lascio qui il link per acquistarlo su Amazon. Se decidete di acquistare il libro attraverso il mio link di affiliazione in riceverò una piccola percentuale sulla vostra spesa, che verrà utilizzata per l’acquisto di altri libri da recensire sul blog. Grazie a tutti quelli che hanno usato o utilizzeranno il link in futuro!

Recensione: L’educazione di Tara Westover

2018-09-15 06.00.04 1.jpg

Bentornati (o benvenuti, se questa è la prima volta che vi capita di passare da qui). Settembre porta con sé il profumo dei nuovi inizi, quindi dopo una lunga (lunghissima) pausa estiva, ho deciso di tornare in sella e riprendere a pubblicare articoli sul blog. Prossimamente non ci saranno solo recensioni, ma anche post dedicati ad altri argomenti, ma non perdiamoci in chiacchiere. 

Oggi: recensione di uno dei libri più belli del 2018. “L’educazione” è il memoir autobiografico dell’autrice, Tara Westover, una ragazza nata e cresciuta nell’Idaho da genitori mormoni integralisti. Prima di tutto, come sottolinea l’autrice stessa, questo libro non è una critica né un’analisi della comunità mormone, si tratta di una storia dove la tematica religiosa ha giocato un ruolo importante senza esserne però protagonista. I genitori della protagonista hanno una fortissima tendenza isolazionista, che li porterà ben presto a uscire dalla loro comunità mormone di riferimento, sposando alcune tesi survivaliste, anarchiche e complottiste. La religione, l’odio per ciò che non si conosce e si ignora, la paura verso ciò che è diverso, creano un ambiente malsano dove Tara e i suoi fratelli vengono “educati” (anzi, sarebbe meglio dire non educati). La storia di Tara parla di una famiglia isolata per propria scelta dal resto del mondo, della crescita e della maturazione dei suoi membri (con Tara sono cresciuti una sorella e cinque fratelli). Una storia di scelte, alcune compiute senza nemmeno capirlo, altre che sono costate tanto, tantissimo. Una storia che inizia (ma per fortuna non finisce) nella paura: paura del mondo, da parte del padre di Tara, e paura di lui, da parte di tutti gli altri membri della famiglia.

Tutte le storie di mio padre parlavano della nostra montagna, della nostra valle, del nostro piccolo angolo smozzicato di Idaho. Non mi disse mai cosa fare se un giorno avessi lasciato la montagna, se avessi attraversato oceani e continenti e mi fossi trovata in una terra straniera, dove non potevo più cercare la Principessa all’orizzonte. Non mi disse mai come avrei fatto a capire quand’era ora di tornare a casa.

Tara è una bambina e poi una ragazzina vivace, sveglia, acuta e un po’ svogliata, come tutti lo siamo stati. Cresce nella casa dei genitori, senza andare a scuola, senza essere iscritta all’anagrafe (festeggia il suo compleanno ogni anno in un giorno diverso, sa solo di essere nata verso la fine di settembre), senza aver mai messo piede in un ospedale (medicine, interventi e vaccini sono banditi: stando a ciò che sostiene il padre “avvelenano il corpo”, “ti rendono dipendente”). Cresce formando la sua identità sullo specchio delle uniche persone che conosce: i suoi genitori. Sua madre che ha sposato le tesi estremiste del marito, lavora come curatrice e levatrice, aiuta le donne a partorire in casa e fa l’erborista. La medicina della madre è l’unica ammessa in famiglia: puoi essere curato con le sue piante e i suoi oli, con una tintura di lobelia e scutellaria, magari, ma non puoi andare in ospedale (nemmeno se resti bruciato su buona parte del corpo, dopo un grave incidente). Gene, il padre di Tara, lavora nella sua discarica di rottami dove racoglie ferro e altri materiali di recupero che vende sul mercato, e intanto si prepara a un’imminente apocalisse raccogliendo e immagazzinando cibo, armi e tutto ciò che potrebbe tornare utile alla sua famiglia dopo la fine del mondo. L’unica parola accettata in casa è quella del predicatore Gene, che legge le sacre scritture e le interpreta per i membri della famiglia. Questo libro parla anche di loro, di come possono arrivare due persone comuni a costruirsi attorno un muro di solitudine e contrasti, isolandosi dalla propria comunità e dalla propria famiglia.

Non avere certezze, ma non arrendersi a quanti dicono di averne, era un privilegio che non mi ero mai concessa. La mia vita era una narrazione in mano ad altri. Le loro voci erano decise, enfatiche, categoriche. Non avevo mai pensato che la mia voce potesse essere forte quanto la loro.

I ragazzi imparano a leggere, a scrivere e le basi della matematica da sua madre, inizialmente preoccupata per l’istruzione dei figli, ma dopo qualche anno anche lei rinuncerà alla loro istruzione e Tara e i fratelli saranno lasciati a loro stessi. Prima di assistere alla crescita e alla maturazione della protagonista l’accompagniamo per anni in un “riavvolgimento veloce” della sua vita, attraverso quelli che sono stati alcuni episodi significativi e terribili. Osserviamo Tara crescere, prendere le decisioni sbagliate, accettare di buon grado ogni parola uscita dalla bocca di suo padre, e poi la osserviamo quando si pone le prime domande, mentre attraverso il canto viene in contatto con realtà diverse dalla sua prima, quando per la prima volta incontra un ragazzo che non appartenga alla sua famiglia, quando inizia a chiedersi chi è lei davvero. Succede in fretta, velocemente, e allo stesso tempo sembra ci vogliano secoli, prima che Tara decida di fare qualcosa per la sua vita, di cambiare le carte in tavola, di desiderare qualcosa di diverso rispetto a ciò che desidera per lei suo padre.

Processed with VSCO with hb1 preset

Non mi voglio soffermare troppo descrivendo i singoli passaggi della vita di Tara, perché credo sia importante leggerli da soli. Il suo rapporto con un fratello pericoloso e malato, le vessazioni del padre, il rifiuto della medicalizzazione (anche di base), che porterà enormi problemi soprattutto ai fratelli di Tara che lavorano in discarica, e le ragioni che scopriremo esserci dietro al comportamento irascibile, sconsiderato e maniacale del padre, sono aspetti che credo sia importante che il lettore scopra da sé, accompagnando Tara nei suoi ricordi.

Di cosa parla davvero questo libro? Definirlo un percorso di formazione mi pare piuttosto riduttivo. E non è nemmeno un atto di denuncia, perché in ogni pagina che leggiamo ascoltiamo e viviamo la difficoltà di Tara nel prendere le distanze dall’ambiente tossico in cui capisce di vivere. Credo che l’aspetto più importante che riesce a comunicarci l’autrice sia questo: rendere perfettamente questo sentimento, di distacco ma allo stesso tempo amore, per le proprie radici. Quando leggiamo i soprusi di cui si macchiano i suoi famigliari e quando leggiamo le sue riflessioni a riguardo, capiamo la reale difficoltà di denunciare chi ci fa del male, soprattutto se questo qualcuno è membro della nostra famiglia, lo apprezziamo, gli vogliamo bene, ogni tanto ci fa ridere e ci protegge. E’ un grande inno alla sensibilizzazione della denuncia, dell’importanza di non sottovalutare mai le situazioni in cui si trovano a vivere le persone, perché non è mai semplice fare due passi indietro dalla propria vita e analizzare la situazione con gli occhi di un estraneo. Capire che le persone che amiamo ci stanno facendo del male, accettarlo e reagire, non è facile. E questo Tara riesce a farlo, dopo molti anni, dopo aver scritto i suoi ricordi nero su bianco per evitare che il suo affetto per la sua famiglia li storpiasse nella sua memoria o li cancellasse. Un percorso doloroso e lungo di accettazione di se stessi ma soprattutto della propria famiglia.

Cosa deve fare una persona, mi chiedevo, quando i suoi doveri verso la famiglia si scontrano con altri doveri — verso gli amici, la società, verso se stessi?…Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi.

Chiamatela trasformazione. Metamorfosi. Slealtà. Tradimento. Io la chiamo educazione.

Questa storia parla anche di istruzione, formazione, cultura, studio, dedizione, coraggio. Tara riuscirà a contestualizzare le situazioni terribili che ha vissuto durante la sua infanzia solo una volta che ne avrà preso le distanze, quando sarà all’università, a confrontarsi con persone diverse da lei, più istruite, più acculturare rispetto alla sua famiglia. Persone che la stimoleranno, che le permetteranno di crescere, non solo culturalmente ma anche e soprattutto emotivamente. Sarà grazie ai suoi professori, ai suoi studi e al suo impegno che riuscirà definitivamente a emanciparsi e ad abbandonare i fantasmi del suo passato, e che riuscirà a non vedere più la scelta della sua educazione come un tradimento verso la sua famiglia, ma un percorso intrapreso solo per se stessa.

Come sempre, quando leggo un memoir, mi sono trovata a un certo punto a domandarmi quanto di quello che stavo leggendo fosse vero. Ho fatto varie ricerche su internet, e a parte alcune rimostranze nei confronti della scrittrice da parte di qualche membro della famiglia, la storia di Tara sembra essere vera. In più punti la stessa Tara scriverà delle brevi note riguardo alla confusione presente nei suoi ricordi, sottolineando l’importanza che ha dato, durante la stesura del libro, alla ricostruzione più puntuale possibile dei fatti della sua infanzia. Mi servo di questo per collegarmi a un altro tema fondamentale del libro: il ricordo. La memoria è la più grande alleata e allo stesso tempo la peggior nemica della protagonista, la quale si rende conto in molti casi di non essere in grado di analizzare il suo passato in maniera obiettiva. Quante volte ci capita di ricordare ciò che vogliamo ricordare, e non ciò che è successo realmente?

Vorrei sottolineare un ultimo aspetto, poi terminerò questa recensione diventata ormai lunghissima. A prescindere dal memoir di Tara e dalla sua storia, mi sento di consigliare questo libro per un aspetto fondamentale che viene trattato: la paura dell’educazione. Se avete bene in mente la situazione politica, culturale e sociale in cui viviamo oggi, credo che questa frase vi farà scattare un campanello d’allarme. Oggi come non mai viviamo la paura di chi educato e formato non lo è, verso chi ha una laurea, chi ha studiato, chi ha una formazione professionale di qualche tipo. Quindi per quanto ci sembri lontano l’Idaho, le assurdità sulla fine del mondo e sul rifiuto della medicalizzazione di base, ricordiamoci che anche noi, nella nostra quotidianità, ci troviamo a vivere costantemente a contatto con persone che mettono in discussione la formazione e la preparazione altrui.

Perché consiglio la lettura di questo libro a tutti? Perché credo si possa capire davvero ciò che l’autrice voleva raccontarci solo leggendolo, non fermandosi alle recensioni che troverete online. “Ah, sì, ho capito. E’ una storia di emancipazione e di denuncia, di un passato trascorso nella violenza.” Sbagliato. Leggetelo. Conoscete Tara e la sua storia, datele l’opportunità di raccontarvi la sua vita, e poi avrete capito.

Piccola, ma importante novità: d’ora in avanti troverete alla fine delle mie recensioni il link di affiliazione ad Amazon, dove poter acquistare i libri di cui vi ho parlato. Se deciderete di acquistare il “L’educazione” attraverso il link che vi fornisco (qui) io riceverò una piccola commissione (che non modificherà assolutamente ciò che voi spenderete, il prezzo del libro per voi è sempre lo stesso) che mi aiuterà a finanziare il blog e acquistare altri libri. Grazie di cuore a tutti quelli che decideranno di usare il link di affiliazione!

#booktubeitalialeggeindipendente 01: Maggio con L’Orma Editore

2018-05-19 12.26.51 1.jpg

Inauguro oggi una nuova rubrica di post, che spero possa continuare nel tempo. A maggio ho deciso di partecipare per la prima volta alla #booktubeitalialeggeindipendente una bellissima iniziativa pensata da Eleonora del canale Youtube Misstortellino, ormai attiva da gennaio 2017. Aderendo all’iniziativa ci si impegna a dare visibilità alle case editrici indipendenti, sia attraverso le letture abituali sia attraverso la lettura del mese. Ogni mese infatti viene scelta (tramite un sorteggio casuale con random.org) una casa editrice indipendente della quale ognuno potrà scegliere un titolo qualsiasi dal catalogo, leggerlo, e farne una piccola recensione l’ultimo giorno del mese in questione. Ho trovato questa iniziativa da un lato estremamente utile per dare sempre più visibilità a quelle case editrici magari meno note, ma caratterizzate spesso da cataloghi e titoli interessantissimi, a volte sottovalutati; e dall’altro per stimolarmi alla lettura di titoli che possiedo già o che mi incuriosiscono da tempo ma che per un motivo o per l’altro lascio sempre da parte favorendo altre letture.

Ho deciso di aderire all’iniziativa attraverso la mia pagina Instagram, ma ho poi pensato di dedicare alla mia lettura mensile anche un articolo qui sul blog. Per il mese di maggio la casa editrice scelta era L’Orma EditoreCasa editrice con sede a Roma, è diventata piuttosto conosciuta grazie alla splendida idea della collana I Pacchetti, piccoli libri da chiudere, affrancare e spedire come se fossero delle vere e proprie cartoline. In questa collana troviamo una ricchissima raccolta di autori molto diversi tra loro (dalla Austen a Mary Shelley a Marx, una delle ultime uscite) mentre tutti i volumi sono raccolte di lettere, come appunto richiama il formato. Ammetto però di essere venuta in contatto con questa casa editrice per la prima volta grazie a una delle autrici più famose che hanno pubblicato in Italia, e chiaramente sto parlando di Annie Ernaux (autrice di Gli anni): nel catalogo di questa casa editrice potrete trovare infatti molti dei suoi titoli tradotti in italiano.

Per la lettura del mese di maggio ho scelto un libro recuperato al Salone del Libro di Torino: se avete letto il post dedicato al mio Book Haul saprete già di quale volume sto parlando. A Torino ho infatti acquistato presso lo stand della casa editrice L’età adulta è l’inferno. Lettere di un orribile romantico di H. P. Lovecraft, un piccolo libretto di una cinquantina di pagine che appartiene alla collana I Pacchetti. Si tratta di una raccolta di lettere scritte dal re dell’orrore in persona, che ruotano attorno alla sua unica storia d’amore, quella con sua moglie, Sonia Haft Greene, per la quale lo scrittore abbandonerà la sua amata Providence per raggiungerla a New York. Iniziato come un rapporto epistolare, quella con Sonia si trasformerà in amore reale, non senza qualche difficoltà, vista la natura solitaria dell’autore (al quale però non dispiacevano affatto i rapporti epistolari dato che in tutta la sua vita scriverà qualcosa come centomila lettere). Purtroppo le lettere presenti in questa piccola raccolta non sono quelle che l’autore si scambiò direttamente con la donna, ma sono lettere spedite ad amici e famigliari in cui il centro sarà sempre Sonia o il suo rapporto con Lovecraft. Non sono infatti state trovate le lettere della loro corrispondenza diretta dato che, in seguito al divorzio, Sonia le brucerà tutte quante (non deve essere finita molto bene per i coniugi Lovecraft).

L’età adulta è l’inferno.

2018-05-19 12.26.10 1.jpg

In effetti, suppongo che la mia opinione sia dovuta al semplicissimo fatto che ho la fortuna di possedere un’immaginazione ben più vasta delle mie emozioni.

Con una interessantissima introduzione di Marco Peano, queste lettere mi hanno regalato un punto di vista inedito sulla vita di uno scrittore che trovo estremamente curioso e particolare, del quale vorrei ora approfondire di più, non solo in quale scrittore di orrore e fantastico ma come essere umano. Lovecraft si dimostra essere un intelligente, acuto e particolarmente sarcastico individuo e vorrei recuperare altre sue lettere in futuro, anche se ho notato che in Italia non ci sono molte raccolte della sua corrispondenza. Le lettere raccolte in questo volume nonostante ruotino attorno alla figura di Sonia, alla concezione di Lovecraft dell’amore e dei rapporti di coppia, non mancano di regalare all’autore anche alcuni aneddoti particolari sulla sua vita di scrittore, sulle sue credenze e sulla sua giovinezza, così da approfondire ed esplorare l’enigmatica figura di un autore spesso sottovalutato.

Essendo un libretto particolarmente breve, non voglio svelarvi il contenuto delle lettere nello specifico, ma limitarmi a consigliarne la lettura se siete interessati, come me, a Lovecraft, per osservarlo e conoscerlo da un punto di vista non convenzionale.

Spesso, molto spesso, una passione ostentata – propria della soavità dei primi anni – è erroneamente creduta amore ed è fondamentalmente incompatibile con la maturità.

Come sempre qui trovate il link per acquistare il libro di cui vi ho parlato su Amazon e IBS.

Concludo il post segnalandovi che la casa editrice scelta per giugno è la Fazi Editore della quale possiedo qualche libro non ancora letto: proverò a partecipare anche in questo mese, sperando di avere abbastanza tempo da dedicare alla lettura (esami universitari permettendo!). Ovviamente siete tutti invitati a seguire il profilo Instagram dell’iniziativa e a partecipare (vi lascio qui il link al video di presentazione dell’iniziativa girato da Eleonora: #booktubeitalialeggeindipendente). Scrivetemi nei commenti se avete deciso di partecipare, e nel caso con quale libro!

#SALTO2018: book haul, eventi & incontri

2018-05-15 04.48.46 1.jpg

Finalmente sono riuscita a trovare un po’ di tempo per scrivere questo post, che come da titolo è dedicato all’esperienza del Salone del Libro di Torino, tenutosi al Lingotto dal 9 al 14 Maggio. Quest’anno sono riuscita a vivermi il salone con la dovuta calma, soggiornando qualche giorno a Torino, così da potermi recare al Lingotto più giorni. Questo è per me il secondo anno al Salone del Libro, e si conclude con un bilancio estremamente positivo.

Durante il salone ho avuto modo di assistere a vari incontri e presentazioni, incontrare tanti validi autori, perdermi tra le file di libri, conoscere alcuni editori e bookblogger che condividono con me la passione della lettura. Menzione speciale ad ABEditore (qui vi lascio il sito della casa editrice), che ha realmente reso speciale il mio Salone del Libro, dandomi l’opportunità non solo di scambiare quattro chiacchiere con gli editori ma anche di conoscere altri bookblogger grazie all’incontro che hanno organizzato nel loro stand, quindi grazie grazie grazie.

Ma ora veniamo ai libri, e nel concreto al mio scellerato book haul. Vi parlerò solo ed esclusivamente dei libri recuperati al Salone (sono esclusi quindi i libri che ho comprato nelle bancarelle dell’usato trovate in giro per Torino, per quelli dovrete attendere un book haul mensile, stagionale o quel che sarà insomma) e degli incontri che ho seguito in quei giorni. Ma ciancio alle bande, sono tantissimi libri quindi non perdiamoci in chiacchiere.

Come primo acquisto in ordine cronologico e, ammettiamolo, per importanza, vi cito i libri comprati allo stand di Libraccio, tutti libri quindi acquistati a metà prezzo. Qui ho recuperato: Parlarne tra amici di Sally Rooney, New York Stories curato da Paolo Cognetti e Come diventare ricchi sfondati nell’Asia emergente di Mohsin Hamid (diventato celebre per Exit West, libro che ho letto e amato), tutti nella splendida collana Supercoralli Einaudi. Ho poi recuperato due titoli firmati Adelphi: Amanti e regine di Benedetta Craveri e Atti umani di Han Kang, della quale ho da poco finito La vegetariana. Ho poi trovato un titolo Bompiani che volevo da tantissimo tempo, ma che non mi decidevo mai ad acquistare, sto parlando di Sapiens, da animali a dei di Yuval Noah Harari. Seguono poi due titoli di cui ho sentito parlare benissimo su Instagram: Un ragazzo d’oro di Eli Gottlieb edito Minimum Fax e La manutenzione dei sensi di Franco Faggiani pubblicato da Fazi Editore.

Successivamente ho acquistato Ritorno a Harlem di Claude McKay, edito D Editore, una piccola casa editrice romana, che ho conosciuto grazie i preziosi consigli di Veronica de I calzini spaiati (qui trovate la sua pagina Instagram).

Altro acquisto di questo Salone del Libro è stato un piccolo libriccino che desideravo da tempo: L’età adulta è l’inferno di H. P. Lovecraft, una raccolta di lettere nelle splendide vesti grafiche de L’Orma Editore. Per chi non lo sapesse, questa casa editrice pubblica ormai da qualche anno delle raccolte di lettere “spedibili” dei grandi autori del passato (tra questi possiedo già la raccolta di Jane Austen, e miro a quelle di Charlotte Bronte e Virginia Woolf).

Ho poi avuto l’occasione di assistere alle presentazioni di due libri particolarmente interessanti, tant’è che in seguito li ho acquistati entrambi. Sto parlando di L’alfabeto di fuoco scritto da Ben Marcus, di Edizioni Black Coffee, che l’autore ha presentato insieme allo scrittore Giorgio Vasta, e 7 di Tristan Garcia,che ho avuto il piacere di incontrare allo stand della casa editrice, la NNEDIZIONI, per farmi autografare il libro. Entrambi questi libri sono accomunati dalle tinte distopiche della narrazione, nonostnte siano profontamente diversi, partendo dalla forma: il primo è un romanzo, il secondo una particolare raccolta di racconti che, come dice il titolo stesso dell’opera, ruotano attorno al numero 7.

IMG_20180513_182143.jpg

Seguono poi gli acquisti presso lo stand della ABEditore, dove la grafica accattivante mi stava spingendo ad acquistare praticamente tutto lo stand. Qui ho recuperato Il testamento di Magdalen Blair, scritto da Alesteir Crowley, ad una lettura del quale ho avuto il piacere di assistere allo stand della casa editrice. Ho poi ricevuto dalla casa editrice L’altra metà delle fiabe e Favole dal Giappone, della collana “L’imbustastorie”, una raccolta di favole in busta, da aprire e leggere facendosi incantare dalla grafica meravigliosa. Allo stand era inoltre presente una novità assoluta: c’era la possibilità di scaricare una app chiamata “ImbustaStorieDemo”. Questa applicazione anima (letteralmente) attraverso la realtà aumentata le favole della collana “L’imbustastorie”.

Infine, non mi resta che citare il libro acquistato presso lo stand della Add Editore, una delle mie case editrici preferite in assoluto, dove ho preso una delle loro ultime uscite, Sulle tracce di George Orwell in Birmania di Emma Larkin, appartenente alla collana “Asia“. Qui ho avuto il piacere di parlare con la editor che si occupa della collana in questione e soprattutto che ha curato i volumi pubblicati dalla casa editrice dedicati alla Birmania, nazione alla quale mi sono iniziata ad avvicinare e appassionare proprio grazie a un loro titolo, Il tramonto birmano, uno dei miei libri preferiti. Mi piacerebbe in futuro portare qui sul blog un approfondimento su questo stato attraverso anche le pubblicazioni di questa casa editrice, sappiatemi dire se l’idea potrebbe interessarvi!

Tra gli incontri che ho trovato più interessanti c’è stato sicuramente quello con Alice Sebold, una delle mie autrici preferite: incontrarla e ascoltarla parlare di Lucky, il suo primo libro, è stato davvero emozionante. Un altro evento molto interessante è stato quello dedicato a Ursula K. Le Guin, a Mary Shelley e al rapporto tra scrittrici e narrazioni fantastiche o distopiche, dove ho potuto ascoltare Simona Vinci leggere un brano ancora inedito in Italia (proprio lei sta curando la traduzione del volume in questione) di Shirley Jackson, entrambe autrici che ammiro e stimo molto.

Bene, ora direi che siamo davvero giunti alla fine di questa splendida avventura, che proverò sicuramente a replicare il prossimo anno. Con questo passo e chiudo, alla prossima!

PS: trattandosi di un book haul, e non di libri che vi consiglio personalmente (dato che ancora non li ho letti!) ho deciso di non inserire i link per l’acquisto dei volumi di cui vi ho parlato, ma sono abbastanza sicura che troverete tutto sui siti delle case editrici che vi ho linkato, su Amazon o su IBS.

Processed with VSCO with  preset

WRAP UP #1 Aprile dolce dormire

2018-04-30 01.53.22 2.jpg

Inauguro con questo post una nuova tipologia di articoli sul blog. Era già da tempo che ci pensavo su, e alla fine mi sono decisa a scrivere un Wrap Up per riassumere le letture del mese appena trascorso. Mi sono accorta di non avere né il tempo né la voglia per scrivere recensioni di tutto ciò che leggo: alle volte perché non mi hanno entusiasmato più di tanto, in altri casi perché non ho molto da dire a riguardo; e questa mi è sembrata un’ottima modalità per parlare di tutte le mie ultime letture senza dilungarmi troppo. Se tutto va secondo i piani (ma quando mai?) dovrei riuscire a fare un post di questo genere con cadenza mensile. Ma non perdiamoci in chiacchiere, di seguito troverete prima i libri che ho letto e successivamente il resoconto delle graphic novel. Iniziamo subito!

Come suggerisce il titolo, Aprile non è stato un mese dei più ricchi per ciò che ha riguardato le mie letture. Ho letto alcune graphic novel bellissime, ma pochi libri rispetto ai mesi precedenti. Per i libri di cui ho scritto una recensione troverete i rispettivi link, sul blog o su Goodreads, dove ogni tanto scrivo qualcosa. Come sempre troverete i link per acquistare i libri di cui vi parlo su Amazon e IBS.

2018-04-20 02.04.59 1.jpg

La vegetariana, Han Kang

Libro estremamente particolare, non avevo mai letto nulla di simile prima d’ora. L’autrice narra le vicende di una donna che improvvisamente, in seguito a un sogno, decide di non mangiare più carne, esplorando le conseguenze che questa scelta porterà nella vita della protagonista e in quella di suo marito e dei suoi famigliari. L’atmosfera cupa, a tratti misteriosa, e la scelta di narrare la vicenda dal punto di vista delle persone che circondano la donna, senza mai renderla soggetto in prima persona, sono gli elementi fondamentali del romanzo. Inizialmente ho trovato numerosi ostacoli durante la lettura, partendo dalla lontananza dal mio “gusto” in fatto di libri, ma successivamente sono riuscita a immergermi nella lettura, eliminando la barriera che inizialmente avevo issato tra me e ciò che leggevo (trovando talmente assurda tutta la vicenda da non riuscire a reputarla verosimile), scoprendo nel romanzo aspetti che inizialmente avevo ignorato. La lettura di questo libro mi ha insegnato a entrare e appassionarmi a un romanzo senza trovare alcun punto di contatto tra me e ciò che leggo: sono sempre stata abituata a provare un briciolo di empatia per almeno uno dei personaggi di cui leggevo, convinzione che ho dovuto abbandonare durante la lettura de La vegetariana. Trovate la mia breve recensione di questo libro su Goodreads, qui vi lascio il link. Qui potete trovare i link per acquistare il volume su Amazon e IBS.

2018-04-22 05.03.15 1.jpg

Le risposte, Catherine Lacey

Le risposte è una delle ultime uscite edite Edizioni SUR e narra le vicende di Mary, una trentenne che abita a New York, in crisi da vari punti di vista: indebitata fino al midollo, con un passato che cerca di dimenticare in ogni modo, solitaria e senza una famiglia che l’aiuti, inizia a soffrire di una serie di disturbi fisici dei quali, nonostante le numerose visite, non riesce a trovare una risposta o una causa scatenante. La protagonista decide di accettare un lavoro del quale conosce poco o niente che sembra consistere in un esperimento sociale sull’innamoramento e i rapporti di coppia. Bisognosa di soldi per pagare una nuova forma di terapia new age per trovare sollievo dai suoi numerosi disturbi fisici, sembra non avere altra scelta se non quella di accettare quel bizzarro lavoro che la vedrà partecipare a quello che le verrà spiegato essere l'”Esperimento Fidanzata”, che la vedrà interagire con un famosissimo attore e regista del cinema che a causa della sua fama non riesce a stringere rapporti di coppia sinceri e duraturi. L’esperimento prevede che Mary e una manciata di altre donne ricoprano un ruolo prestabilito all’intero della relazione: ci sarà la fidanzata materna, quella del reparto intimo, quella sentimentale, quella intellettuale, e così via, ognuna con dei compiti ben precisi da portare a termine. Questa è in breve la trama a metà tra un episodio ben pensato di Black Mirror e un romanzo introspettivo, che nonostante un inizio a mio avviso un po’ difficile decolla con velocità e si fa divorare in pochi giorni. Il taglio dato al romanzo è molto introspettivo: le vicende narrate vengono utilizzate per fare un’ampia analisi emotiva e psicologica dei personaggi, dai protagonisti alle semplice comparse, sulle quali l’autrice si sofferma comunque per qualche pagina, narrandoci il perché di alcune scelte, come sono arrivati lì. La scelta di esplorare così a fondo l’interiorità di ogni personaggio è stato l’aspetto che più mi ha colpito nel corso della narrazione, nonostante abbia trovato geniale alcuni aspetti dell’Esperimento Fidanzata. Consigliatissimo, qui i link per trovare il libro su Amazon e IBS.

Processed with VSCO with hb1 preset

Fidanzati dell’inverno, Christelle Dabos

Di questo libro, una nuova uscita portata in Italia da Edizioni E/O, ho scritto una recensione, che potete leggere qui, pertanto non ve ne parlerò anche in questo wrap up.

Rebel. Il tradimento, Alwyn Hamilton

Secondo volume della trilogia di Alwyn Hamilton ambientata in un mondo fantastico descritto come un regno desertico in perfetto stile Le mille e una notte, con delle forti contaminazioni occidentali, come locomotive e fucili, il tutto condito con creature magiche, demoni, Djinni e profezie. Ho iniziato questa trilogia per rilassarmi e distrarmi da letture più pesanti (ho preso in mano il primo volume mentre leggevo La prima verità della Vinci, non ne potevo più di pesantezza e temi così difficili), e questi volumi hanno servito benissimo lo scopo, tanto che credo leggerò a breve anche il terzo volume. La storia ruota attorno ad Amami, una ragazza proveniente da un villaggio ai confini del deserto, una cittadina povera nella quale la protagonista non vede nessun futuro. La sua vita cambia quando incontra Jin, un bandito che incontra a una gara di tiro con le pistole, alla quale partecipa per racimolare abbastanza denaro per scappare da casa sua. Questa è ovviamente la trama del primo volume, non posso raccontarvi nulla del secondo senza fare inevitabilmente qualche spoiler. Mi limiterò a dire che è una piacevolissima distrazione in periodi in cui non si ha voglia di impegnare il cervello in letture troppo complesse e profonde: è scritto bene, i personaggi sono ben caratterizzati, l’ambientazione è realizzata egregiamente; ci sono tutti gli ingredienti giusti per una storia avventurosa con amori, colpi di scena e tradimenti, ma chiaramente priva di più livelli di lettura. Questi sono i link per acquistare il libro su Amazon e IBS.

2018-04-05 02.42.19 1.jpg

Hasib e la Regina dei serpenti, David B.

Questo volume è stato il primo che ho letto del famoso autore francese, di cui Bao Publishing ha tradotto anche altri lavori. Ho avuto il piacere di assistere alla presentazione del volume alla Feltrinelli di Bologna e sono rimasta talmente incuriosita dall’autore che ho deciso di acquistare la graphic novel anche se non era previsto. In questa graphic novel l’autore narra una particolare storia contenuta in Le mille e una notte, servendosi dell’espediente narrativo del racconto nel racconto. Per tutto lo svolgimento della trama infatti la vicenda si snoda su più livelli, incontrando vari personaggi che raccontano “storie nelle storie”, proprio come nell’opera originale de Le mille e una notte. La scelta di raccontare proprio questa vicenda nel volume deriva dalla volontà dell’autore di prendere un episodio particolarmente incentrato sul fantastico e non solo sull’aspetto pedagogico tipico dell’opera principale, che in vari punti tratta anche di tematiche difficili (pregiudizi, credenze radicate della cultura araba, rapporto con il diverso). L’elemento fantastico è quindi la base della narrazione, ed è la più affascinante: sono sempre stata attratta da queste atmosfere e David B. è stato in grado di prendere una storia contenuta in un più ampio volume e dotarla comunque di autonomia, nonostante l’autore abbia sottolineato la totale fedeltà all’opera originale. I disegni mi sono piaciuti molto: all’inizio non apprezzavo lo stile un po’ stilizzato dell’autore, ma mi ho amato la caratterizzazione dei demoni e delle creature fantastiche, molto più che la caratterizzazione degli esseri umani, devo dire. Di seguito trovate il link per acquistare la graphic novel su Amazon e IBS.

1524324533199.jpg

Vincent, Barbara Stok

Desideravo leggere questa graphic novel da moltissimo tempo e finalmente, in occasione degli sconti della Bao Publishing, me la  sono regalata. L’autrice ripercorre alcuni anni di vita del pittore Vincent Van Gogh concentrandosi sul periodo passato in Provenza, in particolare ad Arles. La vicenda si concentra su due aspetti fondamentali della vita del pittore: il rapporto con il fratello Theo, il tentativo di aprire una casa per artisti (l’Atelier du Midi), il lavoro sul suo stile e il legame con la natura che lo circondava. Non conoscendo nei particolari la vita del pittore posso solo dire che la graphic novel mi è sembrata abbastanza fedele alla sua biografia, ma non posso esserne certa. La Stok ha fatto un ottimo lavoro: lo stile è particolarmente semplice (quasi infantile a tratti) ma molto adatto a sviluppare la personalità del protagonista. Gli aspetti su cui l’autrice si concentra di più sono proprio la natura (le tavole in cui Vincent dipinge e osserva i campi attorno a lui le ho trovate splendide) e la resa della sua malattia, difficile da esprimere attraverso dei disegni. In conclusione l’ho trovata un lavoro molto bello, purtroppo un po’ breve, ma che mi ha messo voglia di approfondire la figura di Vincent attraverso altre fonti, come la raccolta di lettere al fratello o una biografia più approfondita e strutturata. Di seguito trovate i link per acquistare il volume su Amazon e IBS.

Indomite, Penelope Bagieu

Ho dedicato a questo volume edito Bao Publishing un’intera recensione, che pubblicherò a breve sul blog, quindi non mi ci soffermerò ulteriormente qui. Mi è piaciuto molto, ed è una lettura che mi sento di consigliare a tutti, ma per avere un parere più approfondito vi rimando alla recensione completa.

2018-03-25 03.05.38 1.jpg

Sempre libera, Lorenza Natarella

Ammetto che mi aspettavo molto di più da questa graphic novel. Mi è piaciuta, ma non tanto come avrei pensato. L’autrice ripercorre la vita di Maria Callas dall’infanzia al grande successo, senza risparmiarci nulla, dai piccoli drammi famigliari, ai problemi di peso, alla fama mondiale. Ho trovato il formato della graphic novel estremamente piacevole per approfondire una figura della quale sapevo poco, molto lontana dai miei interessi e che di conseguenza, probabilmente, non avrei approfondito attraverso la lettura di vere e proprie biografie. Lo stile dell’autrice mi è piaciuto molto nei disegni, ma non nel lettering, che ho trovato in alcuni casi molto difficile da interpretare, anche se ho trovato geniale l’idea di cercare di trasportare, attraverso il font, il canto della Callas. I disegni invece li ho trovati bellissimi, estremamente particolari e perfetti per caratterizzare una figura così straordinaria e sopra le righe, come ho apprezzato anche la scelta quasi monocromatica di tutte le tavole, che si stemperano su varie sfumature di rosa. D’altro canto, ho trovato notevoli difficoltà a seguire la trama, non entrando per nulla in sintonia con il personaggio della Callas, che sapevo essere molto particolare, ci ho messo settimane a completare la graphic novel anche se mi rendo conto che il problema è stato mio e non dell’autrice. Di seguito trovate il link ad Amazon ed IBS per acquistare il volume.