Recensione: …che Dio perdona a tutti di Pif

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Bentornati sul blog, dopo un lungo periodo di assenza torno con una recensione in occasione di una nuova uscita in libreria. Ammetto di essermi approcciata alle prime pagine di questo libro un po’ titubante. Ero molto curiosa di incontrare la voce di Pif (Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif) per la prima volta attraverso la carta stampata, conoscendo e apprezzando già i suoi lavori pregressi, da Il testimone, ai film, ai documentari, ed ero molto interessata a vedere come se la sarebbe cavata come voce narrante di un libro. Perché ero incerta, inizialmente? A causa del tema centrale del romanzo: il focus è il rapporto di un uomo qualunque con la fede cristiana, un argomento molto lontano da me (ho messo in pausa questo aspetto della mia vita alcuni anni fa), o almeno così pensavo prima di leggere “…che Dio perdona a tutti”.

Ma guardi un attimo questo paese che si dichiara cattolico. Mi sembra acclarato che non sia così. Se fosse vero, saremmo un paese civile. Perché il pensiero fondamentale che accompagna le azioni degli italiani è: futti futti, che Dio perdona a tutti! C’è sempre la misericordia di un Dio misericordioso che ci salverà. Se la vivi così, la fede, è molto facile essere cristiani.

Per quanto mi riguarda Pif si conferma essere un narratore in grado di spaziare tra più medium riuscendo a portare un messaggio ben chiaro senza assumere un tono pedante o didattico, coinvolgendo il lettore (in questo caso) e riuscendo a mantenere sempre il suo inconfondibile tono ironico e apparentemente spensierato.

Leggendo “…che Dio perdona a tutti” mi sono ritrovata impantanata in una serie di riflessioni che non pensavo potessero colpirmi così da vicino. Ma andiamo con ordine. La trama ruota attorno alla figura di Arturo (che incontrerà anche qui la sua Flora, come in ogni opera di fantasia realizzata dall’autore, il quale è particolarmente affezionato a questi due nomi e li ripropone come protagonisti in ogni storia), un normalissimo agente immobiliare palermitano che conduce un’esistenza quanto mai mediocre, scandita dalle partite a calcetto con gli amici giocate controvoglia, un lavoro che non gli da nulla in più di uno stipendio e la sua unica vera passione: i dolci. Arturo passa i suoi momenti liberi alla scoperta di pasticcerie per le vie di Palermo, assaggiando iris e sciù ogni volta che ne ha l’occasione. La vita di Arturo scorre in modo estremamente lineare fino all’incontro con Flora (e soprattutto con la sua fede). Arturo incontra Flora in una pasticceria ed è amore a prima vista, gli basta sentirla parlare di dolci per capire che quella è la donna della sua vita. I primi mesi della loro relazione sono a dir poco idilliaci, e tutto va per il meglio fino a quando Flora non fa notare ad Arturo che non ha comportamenti da buon cristiano, coerentemente con ciò che lui afferma di essere (ovvero “credente, un po’ come lo sono tutti”). Arturo scoprirà infatti che la fede, per la sua fidanzata, è un elemento centrale e fondamentale della sua vita, tanto che proprio la fede e le critiche mosse da Flora lo porteranno a prendere una decisione drastica e quanto mai lontana dal suo carattere: per tre settimane si sarebbe gradualmente convertito, applicando alla lettera (sempre entro certi limiti) gli insegnamenti della religione cattolica. Arturo si troverà a questo punto a scontrarsi con numerosi comportamenti che vedrà per la prima volta nella loro totale incoerenza, da parte anche di persone molto vicine a lui.

Ci sono momenti nella vita in cui uno vorrebbe scendere momentaneamente da se stesso. Ma solo per un breve periodo. Una sospensione. Giusto per capire le proprie intenzioni e quelle del resto del mondo. Per comprendere quanti punti in comune ci possano essere.

Non mi dilungo ulteriormente sulla trama perché non voglio rovinarvi la lettura. Prevedibilmente le cose andranno male, molto male, per il povero Arturo. Di certo il punto di forza di questo libro non è l’effetto sorpresa, ma devo dire che, per quanto sappiamo fin dall’inizio che le cose prenderanno una brutta piega, questo non rovina assolutamente la lettura. Tra l’altro, nonostante mi aspettassi almeno in parte alcuni risvolti della vicenda, ho divorato il libro in poche ore, incapace di staccarmi dalle pagine.

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Lo stile è  leggero, molto scorrevole e la voce narrante è caratterizzata dall’inconfondibile ironia di Pif che racconta in prima persona le vicende del protagonista, inserendo numerose digressioni e divagazioni durante lo svolgimento della vicenda che riescono sempre a strappare un sorriso e una mezza risata al lettore. Così come nelle due pellicole girate dall’autore (La mafia uccide solo d’estate e In guerra per amore), anche qui il registro conferma la scelta dell’autore di veicolare messaggi importanti attraverso la leggerezza, senza annoiare mai e senza rendere pesante la narrazione.

Il tema principale, già annunciato nella quarta di copertina e che vi salterà agli occhi in quasi in ogni pagina del libro, è la coerenza dell’essere cristiani. L’autore si interroga sull’importanza data alla coerenza dal cittadino comune, dall’italiano medio che vive la religione ormai più come un accessorio da sfoggiare la domenica mattina per andare a messa, che non come un’esigenza personale. Per chi se lo stesse chiedendo: no, questo libro non è una critica alla religione, anzi, tutt’altro. È piuttosto una dimostrazione della difficoltà di essere cristiani, soprattutto ora, in un tempo in cui possiamo effettivamente scegliere in cosa credere e come agire di conseguenza, privilegio che le generazioni passate non hanno sempre avuto. Il messaggio è molto chiaro, e non lascia scampo a interpretazioni sbagliate: puoi scegliere, ma se decidi di definirti cristiano, è il caso che tu sappia davvero cosa vuol dire esserlo.

Quante volte nella nostra quotidianità siamo messi davanti a questa totale e disarmante incoerenza, senza che in realtà ormai ne fossimo colpiti più di tanto? I crocifissi nelle scuole sì, ma i migranti li aiutiamo a casa loro. Cito questi due esempi presenti anche nel libro, uno affianco all’altro, per rendere evidente la totale contraddizione di questi comportamenti (è facile immedesimarsi in Arturo, così come è facile condannare chi lo circonda, anche se nella vita quotidiana probabilmente siamo molto più simili a queste persone senza nemmeno rendercene conto). Nel libro vengono trattati argomenti anche molto attuali, come appunto l’accoglienza dei migranti, e viene spontaneo al lettore (o almeno è venuto spontaneo a me) interrogarsi, calarsi nei panni di Arturo prima e di chi lo circonda poi, e chiedersi “ma io, cosa avrei fatto?”.

Arturo esaspera alcuni aspetti della religione, a volte inconsciamente, altre con consapevolezza, fino a quando questa “finzione”, per mostrare l’assurdità di certi comportamenti cristiani, considerati impraticabili dallo stesso Arturo (chi mai direbbe la verità, pur sapendo che questo gli costerà problemi sul luogo di lavoro?) non lo ingloberà completamente, iniziando a fargli vedere il mondo che lo circonda da un punto di vista completamente diverso e inaspettato.

Non volevo vivere il cristianesimo come uno sport, da praticare solo quando ne avevo voglia o non avevo impegni. Ci sono certe cose che ci mettono sicurezza e ci confortano. Quando sta male un caro o stiamo male noi, ci ricordiamo di essere cristiani. Quando un presunto invasore rischia di mettere in discussione “le nostre radici cristiane”, allora lo diventiamo. Pratichiamo il cristianesimo quando ci è più comodo.

Uno degli aspetti che mi è sembrato si volesse evidenziare nel libro è l’accettazione totale e condivisa di questa incoerenza da parte di tutta la società, che ci porta alla convinzione che nessuno può cambiare le cose, nessuno può comportarsi davvero come un cristiano, quindi non senso nemmeno provarci.

Nel nostro inconscio ci aspettiamo sempre che prima o poi arrivi qualcuno ad aggiustare le cose, a sistemare quelle situazioni che consideriamo drammatiche, qualcuno dotato magari di un superpotere, perché solo così potrà riuscire nel suo intento. E non appena questo tentativo viene fatto da qualcuno uguale a noi, con i nostri stessi problemi e nella nostra stessa condizione, con qualche difettuccio e magari anche non nel migliore dei modi, siamo pronti al giudizio e ad affossare tale tentativo. Senza nemmeno farci sfiorare dall’idea che forse, se ci ha provato lui, potevamo farlo anche noi.

Ci sarebbero molte altri aspetti del libro che vorrei discutere con voi, ma rischio di scrivere talmente tanto che nessuno arriverebbe alla fine della recensione, quindi concludo qui. Mi sento di consigliare questo libro a chiunque, credenti e praticanti e non, a prescindere dalla propria fede religiosa e dal proprio credo. Il messaggio che vuole mandare può essere accolto da tutti indistintamente dalla religione di appartenenza. Come sempre qui vi lascio il link per acquistarlo su Amazon (cliccando sul link in questione verrete indirizzati alla mia pagina di affiliazione).

 

Recensione: L’educazione di Tara Westover

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Bentornati (o benvenuti, se questa è la prima volta che vi capita di passare da qui). Settembre porta con sé il profumo dei nuovi inizi, quindi dopo una lunga (lunghissima) pausa estiva, ho deciso di tornare in sella e riprendere a pubblicare articoli sul blog. Prossimamente non ci saranno solo recensioni, ma anche post dedicati ad altri argomenti, ma non perdiamoci in chiacchiere. 

Oggi: recensione di uno dei libri più belli del 2018. “L’educazione” è il memoir autobiografico dell’autrice, Tara Westover, una ragazza nata e cresciuta nell’Idaho da genitori mormoni integralisti. Prima di tutto, come sottolinea l’autrice stessa, questo libro non è una critica né un’analisi della comunità mormone, si tratta di una storia dove la tematica religiosa ha giocato un ruolo importante senza esserne però protagonista. I genitori della protagonista hanno una fortissima tendenza isolazionista, che li porterà ben presto a uscire dalla loro comunità mormone di riferimento, sposando alcune tesi survivaliste, anarchiche e complottiste. La religione, l’odio per ciò che non si conosce e si ignora, la paura verso ciò che è diverso, creano un ambiente malsano dove Tara e i suoi fratelli vengono “educati” (anzi, sarebbe meglio dire non educati). La storia di Tara parla di una famiglia isolata per propria scelta dal resto del mondo, della crescita e della maturazione dei suoi membri (con Tara sono cresciuti una sorella e cinque fratelli). Una storia di scelte, alcune compiute senza nemmeno capirlo, altre che sono costate tanto, tantissimo. Una storia che inizia (ma per fortuna non finisce) nella paura: paura del mondo, da parte del padre di Tara, e paura di lui, da parte di tutti gli altri membri della famiglia.

Tutte le storie di mio padre parlavano della nostra montagna, della nostra valle, del nostro piccolo angolo smozzicato di Idaho. Non mi disse mai cosa fare se un giorno avessi lasciato la montagna, se avessi attraversato oceani e continenti e mi fossi trovata in una terra straniera, dove non potevo più cercare la Principessa all’orizzonte. Non mi disse mai come avrei fatto a capire quand’era ora di tornare a casa.

Tara è una bambina e poi una ragazzina vivace, sveglia, acuta e un po’ svogliata, come tutti lo siamo stati. Cresce nella casa dei genitori, senza andare a scuola, senza essere iscritta all’anagrafe (festeggia il suo compleanno ogni anno in un giorno diverso, sa solo di essere nata verso la fine di settembre), senza aver mai messo piede in un ospedale (medicine, interventi e vaccini sono banditi: stando a ciò che sostiene il padre “avvelenano il corpo”, “ti rendono dipendente”). Cresce formando la sua identità sullo specchio delle uniche persone che conosce: i suoi genitori. Sua madre che ha sposato le tesi estremiste del marito, lavora come curatrice e levatrice, aiuta le donne a partorire in casa e fa l’erborista. La medicina della madre è l’unica ammessa in famiglia: puoi essere curato con le sue piante e i suoi oli, con una tintura di lobelia e scutellaria, magari, ma non puoi andare in ospedale (nemmeno se resti bruciato su buona parte del corpo, dopo un grave incidente). Gene, il padre di Tara, lavora nella sua discarica di rottami dove racoglie ferro e altri materiali di recupero che vende sul mercato, e intanto si prepara a un’imminente apocalisse raccogliendo e immagazzinando cibo, armi e tutto ciò che potrebbe tornare utile alla sua famiglia dopo la fine del mondo. L’unica parola accettata in casa è quella del predicatore Gene, che legge le sacre scritture e le interpreta per i membri della famiglia. Questo libro parla anche di loro, di come possono arrivare due persone comuni a costruirsi attorno un muro di solitudine e contrasti, isolandosi dalla propria comunità e dalla propria famiglia.

Non avere certezze, ma non arrendersi a quanti dicono di averne, era un privilegio che non mi ero mai concessa. La mia vita era una narrazione in mano ad altri. Le loro voci erano decise, enfatiche, categoriche. Non avevo mai pensato che la mia voce potesse essere forte quanto la loro.

I ragazzi imparano a leggere, a scrivere e le basi della matematica da sua madre, inizialmente preoccupata per l’istruzione dei figli, ma dopo qualche anno anche lei rinuncerà alla loro istruzione e Tara e i fratelli saranno lasciati a loro stessi. Prima di assistere alla crescita e alla maturazione della protagonista l’accompagniamo per anni in un “riavvolgimento veloce” della sua vita, attraverso quelli che sono stati alcuni episodi significativi e terribili. Osserviamo Tara crescere, prendere le decisioni sbagliate, accettare di buon grado ogni parola uscita dalla bocca di suo padre, e poi la osserviamo quando si pone le prime domande, mentre attraverso il canto viene in contatto con realtà diverse dalla sua prima, quando per la prima volta incontra un ragazzo che non appartenga alla sua famiglia, quando inizia a chiedersi chi è lei davvero. Succede in fretta, velocemente, e allo stesso tempo sembra ci vogliano secoli, prima che Tara decida di fare qualcosa per la sua vita, di cambiare le carte in tavola, di desiderare qualcosa di diverso rispetto a ciò che desidera per lei suo padre.

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Non mi voglio soffermare troppo descrivendo i singoli passaggi della vita di Tara, perché credo sia importante leggerli da soli. Il suo rapporto con un fratello pericoloso e malato, le vessazioni del padre, il rifiuto della medicalizzazione (anche di base), che porterà enormi problemi soprattutto ai fratelli di Tara che lavorano in discarica, e le ragioni che scopriremo esserci dietro al comportamento irascibile, sconsiderato e maniacale del padre, sono aspetti che credo sia importante che il lettore scopra da sé, accompagnando Tara nei suoi ricordi.

Di cosa parla davvero questo libro? Definirlo un percorso di formazione mi pare piuttosto riduttivo. E non è nemmeno un atto di denuncia, perché in ogni pagina che leggiamo ascoltiamo e viviamo la difficoltà di Tara nel prendere le distanze dall’ambiente tossico in cui capisce di vivere. Credo che l’aspetto più importante che riesce a comunicarci l’autrice sia questo: rendere perfettamente questo sentimento, di distacco ma allo stesso tempo amore, per le proprie radici. Quando leggiamo i soprusi di cui si macchiano i suoi famigliari e quando leggiamo le sue riflessioni a riguardo, capiamo la reale difficoltà di denunciare chi ci fa del male, soprattutto se questo qualcuno è membro della nostra famiglia, lo apprezziamo, gli vogliamo bene, ogni tanto ci fa ridere e ci protegge. E’ un grande inno alla sensibilizzazione della denuncia, dell’importanza di non sottovalutare mai le situazioni in cui si trovano a vivere le persone, perché non è mai semplice fare due passi indietro dalla propria vita e analizzare la situazione con gli occhi di un estraneo. Capire che le persone che amiamo ci stanno facendo del male, accettarlo e reagire, non è facile. E questo Tara riesce a farlo, dopo molti anni, dopo aver scritto i suoi ricordi nero su bianco per evitare che il suo affetto per la sua famiglia li storpiasse nella sua memoria o li cancellasse. Un percorso doloroso e lungo di accettazione di se stessi ma soprattutto della propria famiglia.

Cosa deve fare una persona, mi chiedevo, quando i suoi doveri verso la famiglia si scontrano con altri doveri — verso gli amici, la società, verso se stessi?…Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi.

Chiamatela trasformazione. Metamorfosi. Slealtà. Tradimento. Io la chiamo educazione.

Questa storia parla anche di istruzione, formazione, cultura, studio, dedizione, coraggio. Tara riuscirà a contestualizzare le situazioni terribili che ha vissuto durante la sua infanzia solo una volta che ne avrà preso le distanze, quando sarà all’università, a confrontarsi con persone diverse da lei, più istruite, più acculturare rispetto alla sua famiglia. Persone che la stimoleranno, che le permetteranno di crescere, non solo culturalmente ma anche e soprattutto emotivamente. Sarà grazie ai suoi professori, ai suoi studi e al suo impegno che riuscirà definitivamente a emanciparsi e ad abbandonare i fantasmi del suo passato, e che riuscirà a non vedere più la scelta della sua educazione come un tradimento verso la sua famiglia, ma un percorso intrapreso solo per se stessa.

Come sempre, quando leggo un memoir, mi sono trovata a un certo punto a domandarmi quanto di quello che stavo leggendo fosse vero. Ho fatto varie ricerche su internet, e a parte alcune rimostranze nei confronti della scrittrice da parte di qualche membro della famiglia, la storia di Tara sembra essere vera. In più punti la stessa Tara scriverà delle brevi note riguardo alla confusione presente nei suoi ricordi, sottolineando l’importanza che ha dato, durante la stesura del libro, alla ricostruzione più puntuale possibile dei fatti della sua infanzia. Mi servo di questo per collegarmi a un altro tema fondamentale del libro: il ricordo. La memoria è la più grande alleata e allo stesso tempo la peggior nemica della protagonista, la quale si rende conto in molti casi di non essere in grado di analizzare il suo passato in maniera obiettiva. Quante volte ci capita di ricordare ciò che vogliamo ricordare, e non ciò che è successo realmente?

Vorrei sottolineare un ultimo aspetto, poi terminerò questa recensione diventata ormai lunghissima. A prescindere dal memoir di Tara e dalla sua storia, mi sento di consigliare questo libro per un aspetto fondamentale che viene trattato: la paura dell’educazione. Se avete bene in mente la situazione politica, culturale e sociale in cui viviamo oggi, credo che questa frase vi farà scattare un campanello d’allarme. Oggi come non mai viviamo la paura di chi educato e formato non lo è, verso chi ha una laurea, chi ha studiato, chi ha una formazione professionale di qualche tipo. Quindi per quanto ci sembri lontano l’Idaho, le assurdità sulla fine del mondo e sul rifiuto della medicalizzazione di base, ricordiamoci che anche noi, nella nostra quotidianità, ci troviamo a vivere costantemente a contatto con persone che mettono in discussione la formazione e la preparazione altrui.

Perché consiglio la lettura di questo libro a tutti? Perché credo si possa capire davvero ciò che l’autrice voleva raccontarci solo leggendolo, non fermandosi alle recensioni che troverete online. “Ah, sì, ho capito. E’ una storia di emancipazione e di denuncia, di un passato trascorso nella violenza.” Sbagliato. Leggetelo. Conoscete Tara e la sua storia, datele l’opportunità di raccontarvi la sua vita, e poi avrete capito.

Piccola, ma importante novità: d’ora in avanti troverete alla fine delle mie recensioni il link di affiliazione ad Amazon, dove poter acquistare i libri di cui vi ho parlato. Se deciderete di acquistare il “L’educazione” attraverso il link che vi fornisco (qui) io riceverò una piccola commissione (che non modificherà assolutamente ciò che voi spenderete, il prezzo del libro per voi è sempre lo stesso) che mi aiuterà a finanziare il blog e acquistare altri libri. Grazie di cuore a tutti quelli che decideranno di usare il link di affiliazione!

Review: Le assaggiatrici di Rosella Postorino

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All’inizio prendiamo bocconi misurati, come se non fossimo obbligate a ingoiare tutto, come se potessimo rifiutarlo, questo cibo, questo pranzo che non è destinato a noi, che ci spetta per caso, per caso siamo degne di partecipare alla sua mensa.

Il libro di cui ho deciso di parlarvi oggi è una nuova uscita edita Feltrinelli, si tratta di Le assaggiatrici, di Rosella Postorino. E’ da qualche mese ormai che lascio abbastanza spazio tra le mie letture a nuove uscite, come avrete notato se avete dato un’occhiata alle recensioni precedenti, e sorprendentemente non sono rimasta delusa da nessun titolo, soprattutto non da questo.

La trama si concentra sulla vita di Rosa Sauer, giovane donna tedesca che si trasferisce presso i suoceri, nel paesino di Gross-Partsch, durante la seconda guerra mondiale, vicino al quartier generale nazista nonché rifugio di Hitler. Siamo nell’autunno del ’43. Il marito, Gregor, si è arruolato nell’esercito e manca da casa da alcuni anni, e lei si vede costretta a lasciare la loro casa a Berlino per scappare dai bombardamenti e dalla guerra in corso. Non poteva sapere, la giovane Rosa, che così facendo sarebbe finita dritta dritta nelle fauci del lupo, e non solo metaforicamente parlando: verrà infatti assunta come assaggiatrice dei pasti del Fuhrer, insieme ad altre nove donne residenti del villaggio. Le donne avevano il compito di assaggiare ogni alimento che sarebbe poi stato servito dopo un’ora a Hitler, così da avere la certezza che i pasti non fossero avvelenati. La narrazione si concentra sulla figura di Rosa e sul suo rapporto con le persone che, volenti o nolenti, si troveranno ad interagire con lei: i suoceri, che attendono il rientro del figlio dalla guerra, le altre donne, obbligate come lei a svolgere un lavoro per il quale non si erano proposte ma che non hanno potuto rifiutare, le SS che popolano questo piccolo universo che ruota attorno a Wolfsschanze (la Tana del Lupo) e tra queste il tenente Ziegler, che giocherà un ruolo importante nella vita di Rosa.

Lavorare per Hitler, sacrificare la vita per lui: non era quello che facevano tutti i tedeschi? Ma che potessi ingerire cibo avvelenato e morire così, senza nemmeno uno sparo di fucile, senza un’esplosione, Joseph non lo accettava. Una morte in sordina, fuori scena. Una morte da topi, non da eroi. Le donne non muoiono da eroi.

Questa è la trama in breve, non voglio dirvi altro perchè nonostante le quasi trecento pagine, il libro è estremamente scorrevole e avvincente, e alcuni importanti dettagli vi verranno svelati durante la narrazione. Vorrei però sottolineare un aspetto importante: questo libro è un’opera di fiction, ma è ispirato da vicende reali e storicamente molto accurate. L’autrice si è infatti ispirata alla figura realmente esistita di Margot Wolk, una delle assaggiatrici di Hitler. Di conseguenza, per quanto i personaggi siano tutti inventati, come anche le vicende delle loro vite, lo sfondo storico di fatti e avvenimenti è reale, e ciò devo dire che ha aumentato notevolmente il mio totale assorbimento nella lettura, che fin dalle prime pagine è stato totale. Non riuscivo a mettere giù il libro e in due giorni esatti l’ho terminato.

Perchè mi è piaciuto così tanto? Partiamo dalla trama: costruita bene e con un ottimo ritmo, non l’ho trovata affatto banale o scontata, anzi. Si tratta di un romanzo molto introspettivo, e quindi si potrebbe temere sia altrettanto lento, ma così non è . Ho trovato ben calibrati i momenti dedicati all’analisi della protagonista rispetto a quelli in cui si sviluppa la trama: l’autrice è stata in grado di fondere questi diversi aspetti della narrazione permettendo nel complesso alla trama di essere molto scorrevole e avvincente. Un altro aspetto che ho apprezzato è stata l’accuratezza nel delineare tutti i personaggi che ruotano attorno a Rosa, senza lasciarli sullo sfondo come figure fumose e poco definite: nonostante sia lei la protagonista del romanzo e questo sia totalmente narrato in prima persona dal suo punto di vista, l’autrice non tralascia gli altri personaggi. Le altre nove donne che con Rosa lavorano come assaggiatrici oltre a essere un nome diventano ben presto delle entità vere, con caratteri, aspetti, e storie diverse tra loro, e al lettore viene facile riconoscerle e individuarle attraverso ciò che dicono o fanno.

L’ambientazione, sia fisica che temporale, ha chiaramente un ruolo fondamentale in questo romanzo che, da alcuni punti di vista, possiamo anche individuare come storico. Le descrizioni degli avvenimenti storici e della situazione tedesca negli anni ’30 e ’40 è precisa e accurata, e nonostante ci siano numerosi riferimenti non copre mai la narrazione della vicenda in sé. L’equilibrio tra l’attenzione alle vicende storiche e lo sviluppo della trama è, a mio parere, perfetto: è importante ricordare che nonostante l’accuratezza, ci troviamo dinnanzi a un romanzo, e come tale deve rispettare i tempi della narrazione. E’ stato interessante inoltre osservare il punto di vista di un personaggio prima solo tedesco, poi chiaramente nazista, su tutto ciò che in quegli anni stava succedendo: prima il malcontento popolare e l’ascesa del partito nazionalsocialista, la crisi, le prime avvisaglie di ciò che stava succedendo sotto gli occhi di tutti, poi le leggi razziali, i campi di lavoro e le deportazioni, la guerra su più fronti e infine la soluzione finale. Cosa ne pensava Rosa di tutto questo?

Sei responsabile del regime che tolleri, avrebbe gridato mio padre. L’esistenza di chiunque è consentita dall’ordinamento dello stato in cui vive, pure quella di un eremita, lo capisci o no? Non sei immune da nessuna colpa politica, Rosa.

L’aspetto più interessante di questo libro è che l’autrice risponde a questa domanda prima di tutto attraverso il punto di vista di Rosa Sauer, giovane donna costretta ad abbandonare la sua casa, e solo in un secondo momento come Rosa Sauer, una donna tedesca il cui marito si è arruolato nell’esercito per combattere una guerra non sua. L’equilibrio tra ciò che la protagonista vive viene prima filtrato dal suo personale punto di vista, dal quale trascende il suo stato sociale, economico, la sua nazionalità e il suo ruolo nella società. Prima di essere una tedesca, è una donna.

Rosa non è una nazista, non per sua volontà. Ma il suo nuovo “lavoro” la porta a porsi numerose domande, sul suo ruolo, sul ruolo di ogni tedesco in quella guerra, e proprio attraverso il suo flusso di pensieri e riflessioni la scrittrice ci guida attraverso la consapevolezza della colpa. Descrivere e raccontare dei personaggi tedeschi, alcuni dei quali nazisti, è secondo me una scelta importante: la scelta di umanizzare non solo le SS, dando loro dei nomi e delle storie, ma lo stesso Hitler, è un messaggio forte. Ricorda che non erano così diversi da noi: erano essere umani, e come tali vanno ricordati.

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Tre dita in bocca, avevo sentito la bocca allargarsi, la saliva bagnarmi. Questo era l’amore: una bocca che non morde. O la possibilità di azzannare a tradimento, come un cane che si ribella al padrone.

Infine parliamo di Rosa, una donna che compie delle scelte, a volte non quelle giuste, e che si mostra al lettore in tutta la sua imperfezione, forza ma soprattutto debolezza. La storia della protagonista è una storia amara, a tratti, che non prende la direzione che lei si sarebbe immaginata, ed è proprio questo a rendere la sua storia speciale. Rosa è tremendamente realistica, e attraverso le sue debolezze ci racconta la storia non facile di una donna sola, delusa, affranta e stanca. Ci saremmo comportati in maniera diversa, se avessimo vissuto al suo posto? Può darsi, come può darsi di no. Nonostante le critiche che ho letto riguardo proprio la figura di Rosa (non considerata particolarmente esemplare in alcuni dei suoi comportamenti) questo è forse l’aspetto che ho apprezzato di più: la veridicità di un personaggio, nel quale ci si può immedesimare o meno ma che potrebbe essere esistito davvero, in tutta la sua totale imperfezione. Rosa indaga l’equilibrio tra giusto e sbagliato, nella sua quotidianità ma anche nel contesto nel quale si trova a vivere: dov’è la linea che segna il confine? Ma soprattutto: c’è una linea di confine?

Che cosa avevo da condividere con quella donna? Perché mi trovavo nella sua stanza? Perché, da tempo, mi trovavo in posti in cui non volevo stare, e accondiscendevo, e non mi ribellavo, e continuavo a sopravvivere ogni volta che qualcuno mi veniva portato via? La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana.

Lo stile mi è sembrato molto appropriato al tipo di narrazione introspettiva che ci si trova davanti in questo libro. Il presente della protagonista si fonde con i suoi ricordi e il suo passato, attraverso continui flussi di pensieri e flashback. La scrittura è ricercata e intima, ma nonostante l’attenzione posta alla scelta del vocabolario e delle espressioni non è affatto pesante, anzi risulta molto scorrevole e tende a inglobare il lettore all’interno della vicenda, come se si vivesse in prima persona le situazioni raccontate da Rosa.

Come sempre di seguito trovate i link per acquistare il volume di cui vi ho parlato oggi su Amazon e su IBS.