Recensione: …che Dio perdona a tutti di Pif

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Bentornati sul blog, dopo un lungo periodo di assenza torno con una recensione in occasione di una nuova uscita in libreria. Ammetto di essermi approcciata alle prime pagine di questo libro un po’ titubante. Ero molto curiosa di incontrare la voce di Pif (Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif) per la prima volta attraverso la carta stampata, conoscendo e apprezzando già i suoi lavori pregressi, da Il testimone, ai film, ai documentari, ed ero molto interessata a vedere come se la sarebbe cavata come voce narrante di un libro. Perché ero incerta, inizialmente? A causa del tema centrale del romanzo: il focus è il rapporto di un uomo qualunque con la fede cristiana, un argomento molto lontano da me (ho messo in pausa questo aspetto della mia vita alcuni anni fa), o almeno così pensavo prima di leggere “…che Dio perdona a tutti”.

Ma guardi un attimo questo paese che si dichiara cattolico. Mi sembra acclarato che non sia così. Se fosse vero, saremmo un paese civile. Perché il pensiero fondamentale che accompagna le azioni degli italiani è: futti futti, che Dio perdona a tutti! C’è sempre la misericordia di un Dio misericordioso che ci salverà. Se la vivi così, la fede, è molto facile essere cristiani.

Per quanto mi riguarda Pif si conferma essere un narratore in grado di spaziare tra più medium riuscendo a portare un messaggio ben chiaro senza assumere un tono pedante o didattico, coinvolgendo il lettore (in questo caso) e riuscendo a mantenere sempre il suo inconfondibile tono ironico e apparentemente spensierato.

Leggendo “…che Dio perdona a tutti” mi sono ritrovata impantanata in una serie di riflessioni che non pensavo potessero colpirmi così da vicino. Ma andiamo con ordine. La trama ruota attorno alla figura di Arturo (che incontrerà anche qui la sua Flora, come in ogni opera di fantasia realizzata dall’autore, il quale è particolarmente affezionato a questi due nomi e li ripropone come protagonisti in ogni storia), un normalissimo agente immobiliare palermitano che conduce un’esistenza quanto mai mediocre, scandita dalle partite a calcetto con gli amici giocate controvoglia, un lavoro che non gli da nulla in più di uno stipendio e la sua unica vera passione: i dolci. Arturo passa i suoi momenti liberi alla scoperta di pasticcerie per le vie di Palermo, assaggiando iris e sciù ogni volta che ne ha l’occasione. La vita di Arturo scorre in modo estremamente lineare fino all’incontro con Flora (e soprattutto con la sua fede). Arturo incontra Flora in una pasticceria ed è amore a prima vista, gli basta sentirla parlare di dolci per capire che quella è la donna della sua vita. I primi mesi della loro relazione sono a dir poco idilliaci, e tutto va per il meglio fino a quando Flora non fa notare ad Arturo che non ha comportamenti da buon cristiano, coerentemente con ciò che lui afferma di essere (ovvero “credente, un po’ come lo sono tutti”). Arturo scoprirà infatti che la fede, per la sua fidanzata, è un elemento centrale e fondamentale della sua vita, tanto che proprio la fede e le critiche mosse da Flora lo porteranno a prendere una decisione drastica e quanto mai lontana dal suo carattere: per tre settimane si sarebbe gradualmente convertito, applicando alla lettera (sempre entro certi limiti) gli insegnamenti della religione cattolica. Arturo si troverà a questo punto a scontrarsi con numerosi comportamenti che vedrà per la prima volta nella loro totale incoerenza, da parte anche di persone molto vicine a lui.

Ci sono momenti nella vita in cui uno vorrebbe scendere momentaneamente da se stesso. Ma solo per un breve periodo. Una sospensione. Giusto per capire le proprie intenzioni e quelle del resto del mondo. Per comprendere quanti punti in comune ci possano essere.

Non mi dilungo ulteriormente sulla trama perché non voglio rovinarvi la lettura. Prevedibilmente le cose andranno male, molto male, per il povero Arturo. Di certo il punto di forza di questo libro non è l’effetto sorpresa, ma devo dire che, per quanto sappiamo fin dall’inizio che le cose prenderanno una brutta piega, questo non rovina assolutamente la lettura. Tra l’altro, nonostante mi aspettassi almeno in parte alcuni risvolti della vicenda, ho divorato il libro in poche ore, incapace di staccarmi dalle pagine.

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Lo stile è  leggero, molto scorrevole e la voce narrante è caratterizzata dall’inconfondibile ironia di Pif che racconta in prima persona le vicende del protagonista, inserendo numerose digressioni e divagazioni durante lo svolgimento della vicenda che riescono sempre a strappare un sorriso e una mezza risata al lettore. Così come nelle due pellicole girate dall’autore (La mafia uccide solo d’estate e In guerra per amore), anche qui il registro conferma la scelta dell’autore di veicolare messaggi importanti attraverso la leggerezza, senza annoiare mai e senza rendere pesante la narrazione.

Il tema principale, già annunciato nella quarta di copertina e che vi salterà agli occhi in quasi in ogni pagina del libro, è la coerenza dell’essere cristiani. L’autore si interroga sull’importanza data alla coerenza dal cittadino comune, dall’italiano medio che vive la religione ormai più come un accessorio da sfoggiare la domenica mattina per andare a messa, che non come un’esigenza personale. Per chi se lo stesse chiedendo: no, questo libro non è una critica alla religione, anzi, tutt’altro. È piuttosto una dimostrazione della difficoltà di essere cristiani, soprattutto ora, in un tempo in cui possiamo effettivamente scegliere in cosa credere e come agire di conseguenza, privilegio che le generazioni passate non hanno sempre avuto. Il messaggio è molto chiaro, e non lascia scampo a interpretazioni sbagliate: puoi scegliere, ma se decidi di definirti cristiano, è il caso che tu sappia davvero cosa vuol dire esserlo.

Quante volte nella nostra quotidianità siamo messi davanti a questa totale e disarmante incoerenza, senza che in realtà ormai ne fossimo colpiti più di tanto? I crocifissi nelle scuole sì, ma i migranti li aiutiamo a casa loro. Cito questi due esempi presenti anche nel libro, uno affianco all’altro, per rendere evidente la totale contraddizione di questi comportamenti (è facile immedesimarsi in Arturo, così come è facile condannare chi lo circonda, anche se nella vita quotidiana probabilmente siamo molto più simili a queste persone senza nemmeno rendercene conto). Nel libro vengono trattati argomenti anche molto attuali, come appunto l’accoglienza dei migranti, e viene spontaneo al lettore (o almeno è venuto spontaneo a me) interrogarsi, calarsi nei panni di Arturo prima e di chi lo circonda poi, e chiedersi “ma io, cosa avrei fatto?”.

Arturo esaspera alcuni aspetti della religione, a volte inconsciamente, altre con consapevolezza, fino a quando questa “finzione”, per mostrare l’assurdità di certi comportamenti cristiani, considerati impraticabili dallo stesso Arturo (chi mai direbbe la verità, pur sapendo che questo gli costerà problemi sul luogo di lavoro?) non lo ingloberà completamente, iniziando a fargli vedere il mondo che lo circonda da un punto di vista completamente diverso e inaspettato.

Non volevo vivere il cristianesimo come uno sport, da praticare solo quando ne avevo voglia o non avevo impegni. Ci sono certe cose che ci mettono sicurezza e ci confortano. Quando sta male un caro o stiamo male noi, ci ricordiamo di essere cristiani. Quando un presunto invasore rischia di mettere in discussione “le nostre radici cristiane”, allora lo diventiamo. Pratichiamo il cristianesimo quando ci è più comodo.

Uno degli aspetti che mi è sembrato si volesse evidenziare nel libro è l’accettazione totale e condivisa di questa incoerenza da parte di tutta la società, che ci porta alla convinzione che nessuno può cambiare le cose, nessuno può comportarsi davvero come un cristiano, quindi non senso nemmeno provarci.

Nel nostro inconscio ci aspettiamo sempre che prima o poi arrivi qualcuno ad aggiustare le cose, a sistemare quelle situazioni che consideriamo drammatiche, qualcuno dotato magari di un superpotere, perché solo così potrà riuscire nel suo intento. E non appena questo tentativo viene fatto da qualcuno uguale a noi, con i nostri stessi problemi e nella nostra stessa condizione, con qualche difettuccio e magari anche non nel migliore dei modi, siamo pronti al giudizio e ad affossare tale tentativo. Senza nemmeno farci sfiorare dall’idea che forse, se ci ha provato lui, potevamo farlo anche noi.

Ci sarebbero molte altri aspetti del libro che vorrei discutere con voi, ma rischio di scrivere talmente tanto che nessuno arriverebbe alla fine della recensione, quindi concludo qui. Mi sento di consigliare questo libro a chiunque, credenti e praticanti e non, a prescindere dalla propria fede religiosa e dal proprio credo. Il messaggio che vuole mandare può essere accolto da tutti indistintamente dalla religione di appartenenza. Come sempre qui vi lascio il link per acquistarlo su Amazon (cliccando sul link in questione verrete indirizzati alla mia pagina di affiliazione).

 

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