Review: Silvi e la notte oscura di Federico Falco

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Di rado leggo raccolte di racconti, perché negli anni mi sono accorta che faccio parecchia fatica a portarle a compimento: con la scusa di leggere un racconto ogni tanto finisce sempre che abbandono il libro sul comodino senza averlo portato a termine. Inoltre ho avuto qualche incontro sfortunato con quelli che sono ritenuti i maestri del racconto, e questo non ha fatto che peggiorare la mia avversione a questo genere narrativo (ciao Carver, un giorno ci rincontreremo). Perché tutto questo preambolo? Perché per la prima volta qui sul blog mi appresto a recensire una raccolta di racconti, che non solo ho terminato in pochissimo tempo, ma mi è anche piaciuta molto. Il libro in questione, come avrete notato dalla foto e dal titolo dell’articolo è Silvi e la notte oscura, edito da Sur e scritto da Federico Falco.

E nevicò senza interruzione per tutto il giorno e nevicò senza interruzione per tutta la notte e adesso era quasi l’ora di pranzo e dal cielo non smetteva di scendere, lenta e pesante, la neve.

In breve, il libro è costituito da cinque racconti lunghi circa una trentina di pagine ciascuno, che propongono situazioni e personaggi molto diversi tra loro ma che ruotano attorno ai temi comuni della solitudine, dell’isolamento e del rapporto tra l’uomo e la natura che lo circonda. Devo dire che tutti e cinque i racconti, in un modo o nell’altro, mi hanno colpito molto, e li ho trovati tutti molto godibili (altra cosa per me fuori dal comune, di solito su una selezione di racconti me ne piacciono meno della metà), anche se quelli che ho preferito rimangono il secondo, che da il titolo al libro, il terzo, “Un cimitero perfetto” e il quarto, “La vita nei boschi”.

E se trovava una pianta che non aveva mai visto e non sapeva come si chiamava, correva a cercarla nei suoi libri e imparava subito a memoria il nome completo, famiglia, genere e specie, nome volgare, usi più frequenti.

Un altro aspetto che mi ha sicuramente aiutato a immergermi nella narrazione è stata la possibilità di incontrare l’autore: ho avuto l’opportunità di partecipare alla presentazione del libro alla Confraternita dell’uva, una libreria/enoteca nel cuore di Bologna (qui vi lascio la pagina Facebook). All’incontro erano presenti l’autore e la traduttrice, che con il suo definire i racconti di Federico Falco “haiku lunghi una quarantina di pagine” per esprimerne la delicatezza e la semplicità, ha subito catturato la mia attenzione. In effetti non sono riuscita a trovare un’espressione migliore per definire lo stile tutt’altro che pretenzioso, lineare e molto delicato dell’autore. Federico Falco racconta di personaggi che vivono avvenimenti importanti, a tratti tumultuosi, con estrema grazia ed eleganza. Dialoghi brevi, descrizioni ridotte all’osso e nonostante questo tremendamente evocative (soprattutto quelle dedicate agli spazi aperti e alla natura, fulcro di ogni racconto) e la capacità di far trasparire lo stato d’animo di ogni personaggio attraverso la descrizione delle sue azioni, senza mai svelarlo completamente nero su bianco sulla pagina.

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I personaggi. Un’adolescente, un vecchio che decide di isolarsi e vivere in montagna, un architetto di cimiteri, un’anziana signora rimasta vedova, una donna e il padre che vedono il loro mondo a cui appartengono cambiare radicalmente sotto i loro occhi e improvvisamente non accoglierli più. All’apparenza personaggi che non hanno nulla in comune e che affrontano la vita nei modi più diversi possibili. Eppure leggendo un racconto dopo l’altro ed entrando in sintonia con queste figure sempre un po’ misteriose, ai margini della società, se ne scoprono lati in comune. Primo fra tutti, come detto in precedenza, il rapporto con la natura e la necessità di isolarsi da ciò che li circonda. La solitudine, una solitudine consapevole e desiderata, è il centro dei racconti di Falco. L’autore ha affermato di voler raccontare della difficoltà della socialità, avvertita da lui, individuo piuttosto solitario, a volte come un lavoro: stare con gli altri attivamente è effettivamente un’attività che richiede molti sforzi ed energie e i suoi personaggi hanno deciso, in modi diversi, di rifiutare la socialità intesa come “obbligo” dalla società.

Ogni volta che fosse morto un abitante di Coronel Isabeta e il corteo funebre avesse accompagnato il suo corpo al cimitero, gli alberi che Victor Bagiardelli aveva scelto avrebbero chinato i loro rami per alleviare l’angoscia dei dolenti.

Un altro tema centrale è quello dello scorrere del tempo, centrale nel racconto ” La vita nei boschi”, in cui il tempo di fonde con la natura e gli alberi diventano un vero e proprio orologio per contare gli anni che passano, per vedere come è cambiata radicalmente la vita dei personaggi e come non potrà più essere.

La presentazione del libro è stata molto interessante: l’autore è una persona estremamente piacevole, e sarei rimasta ad ascoltarlo per ore. I momenti che mi hanno colpito di più sono stati quelli dedicati al significato che la scrittura prende nella vita dell’autore, e al potere che egli vi attribuisce. Scherzando ha definito lo scrivere un libro come un modo di stare con altre persone senza “quella parte difficile” dello stare effettivamente con altre persone.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e vi abbia incuriosito. Come sempre di seguito trovate i link per acquistare il libro su Amazon e IBS.

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