Review: Isola di Siri Jacobsen

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Sott’acqua, nel fondo del mare, tutte le terre emerse s’incontrano.

Mi sono approcciata a questo libro per puro caso: doveva essere un regalo, ma alla fine me lo sono tenuto e l’ho divorato in pochi giorni. Ero convinta sarebbe stata una lettura lenta, e invece nel giro di pochi giorni l’ho terminato. Tra i caratteri abbastanza grandi e il tipico formato allungato dell’Iperborea le duecento pagine di questo volume scorrono velocissime.

Isola racconta la storia di una protagonista senza nome alla ricerca delle sue radici, attraverso un viaggio, nel tempo e nello spazio, alla scoperta della sua storia e della sua famiglia. La giovane età della protagonista e la narrazione in prima persona mi hanno permesso di entrare immediatamente in sintonia con il personaggio, del quale, appunto, non conosceremo mai il nome. Il paesaggio, fulcro narrativo del romanzo, è quello delle Isole Faroe, delle isolette che spesso anche noi europei, nonostante la vicinanza geografica, tendiamo a dimenticare. L’ambiente che fa da sfondo alle vicende si fonde con la storia che l’autrice racconta, diventando parte integrante della narrazione. Il libro si rivela avere un taglio fortemente autobiografico: l’autrice, originaria delle Isole Faroe ma residente in Danimarca, inserisce molto della sua storia personale nella narrazione.

Il romanzo, dalla forte potenza espressiva, si costruisce sul concetto di ricerca delle proprie origini. E’ la ricerca di sé a spingere la protagonista a compiere questo viaggio, in seguito alla morte della nonna faroese, unico legame, insieme al nonno, con quel mondo che appartiene alla sua famiglia, ma che a lei è quasi completamente estraneo.

La migrazione si compie in tre generazioni. La prima avverte il bisogno e porta in sé la volontà, l’ostinazione: una pietra pesante che si sposta con le proprie forze. L’incomprensibile in questo.

Il nucleo del romanzo è quello della migrazione, della ricerca delle proprie origini e della necessità, di ogni migrante, di trovare un equilibrio tra ciò che è la sua patria e ciò che è diventato invece il suo presente lontano da essa. La vicenda si sviluppa su due piani narrativi: il presente, che vede la nostra protagonista senza nome tornare nelle Faroe insieme ai suoi genitori, alla ricerca di risposte sul suo passato e sulla sua famiglia, e il passato, che si concentra sulla vita di Marita e Fritz, i nonni faroesi della ragazza, che sono migrati anni prima in Danimarca, dove poi crescerà la protagonista stessa. I nonni, che rappresentano la necessità del cambiamento e che prendono la decisione di soffrire, diventano i protagonisti della vicenda insieme alla nipote, che impara a conoscerli sotto un’altra luce man mano che anche il lettore scopre la loro storia.

Il viaggio che la protagonista compie, incontrando i luoghi della sua infanzia e delle vacanze trascorse sulle isole insieme ai nonni, serve per ricostruire questi pezzi mancanti della sua storia: durante il percorso della ragazza incontriamo i membri della famiglia che sono rimasti a vivere sulle isole e da qui scopriamo, pagina dopo pagina, la storia di Marita e Fritz, della loro scelta di emigrare, delle ragioni che li hanno spinti a prendere questa decisione, e di come si siano ricostruiti una casa lontano da casa.

La generazione povero-me, sono-solo. La generazione né-né. La terza è una generazione invisibile, teorica, la cui pelle si confonde con la tappezzeria, e che lo sappia o no, si porta dentro il viaggio come una perdita.

Marita e Fritz rappresentano la migrazione, il cambiamento, e mi è sembrato che ne mostrassero due diversi aspetti: Marita racchiude in sé la speranza e la necessità di staccarsi dal passato e di guardare soltanto al futuro, senza curarsi di ciò che si sta lasciando indietro, mentre Fritz rappresenta la nostalgia, lo sguardo rivolto alla casa che si sta abbandonando, la necessità di ricordare il prima, la voglia di tornare indietro. Due anime che convivono nel cuore di ogni migrante.

Quando Fritz manda i pensieri verso terra, gli risponde un vuoto assordante. Qualcosa si torce in lui. Su quell’isola c’è il comando della solitudine.

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L’importanza delle Isole Faroe nella narrazione è un altro aspetto cruciale del romanzo. Le descrizioni dettagliate e i luoghi descritti al passaggio della protagonista sono ben più di espedienti letterari per permettere al lettore di immergersi nella narrazione. Le isole prendono vita, attraverso i racconti e le leggende, diventano un personaggio attivo nella vicenda, che richiama a sé la protagonista, come spesso aveva chiamato indietro il suo abbi, suo nonno Fritz.

Le isole più piccole possono nascere in una notte, e possono sparire in una notte.

Infine parliamo dello stile della scrittrice, estremamente delicato e particolare, molto ricercato che alla lunga, ammetto, potrebbe un po’ stancare, ma vista la brevità del romanzo questo non succede. Si tratta di un stile molto evocativo che ho trovato indicato per dare un taglio alquanto originale al romanzo, che altrimenti sarebbe stato meno particolare e incisivo. Il racconto del viaggio della protagonista diventa, a tratti, un viaggio spirituale nella sua memoria, in un mondo ovattato e fermo nel tempo. Il linguaggio denso dell’autrice evoca immagini forti e chiare ma allo stesso tempo sospese in una realtà fumosa, un susseguirsi di ricordi, vicende, racconti a più voci, che insieme si condensano in un perfetto mosaico narrativo.

Nel fiordo. Pare che facesse spesso il bagno sola, che fosse una nuotatrice provetta. Le riusciva facile nuotare, ma non tenersi a galla. Era una di quelle anime fatte così.

Siamo arrivati alla fine di questa recensione e spero di avervi spinto a informarvi meglio e a prendere in considerazione l’idea di leggere questo romanzo così particolare nella sua forma, ma anche così attuale e forte. Di seguito trovate come sempre i link per acquistarlo su Amazon e IBS. Buona lettura!

Quello che è certo è che viveva nel futuro, finché non ha cominciato a vivere nel passato. In questo senso era un vero migrante.

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