Review: Le otto montagne di Paolo Cognetti

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Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia. Saliva senza senza dosare le forze, sempre in gara con qualcuno o qualcosa, e dove il sentiero gli pareva lungo tagliava per la linea di massima pendenza. Con lui era vietato fermarsi, vietato lamentarsi per la fame o la fatica o il freddo, ma si poteva cantare una bella canzone, specie sotto il temporale o nella nebbia fitta. E lanciare ululati buttandosi giù per i nevai.

Ho pensato che per inaugurare un blog non ci potesse essere di meglio che la recensione del libro che mi ha fatto iniziare benissimo il 2018. Effettivamente tra Le otto montagne di Cognetti e La ferrovia sotterranea (di cui spero di parlarvi presto) di Whitehead l’anno è davvero iniziato col botto.

Da dove iniziare a parlare di questo libro? Prima di tutto dicendo che gli ho dato 5 stelline su 5 su goodreads e sono piuttosto convinta che una volta tanto la fama e l’attenzione mediatica rivolte verso un libro non siano affatto esagerate.

Cognetti ci racconta la storia di Pietro, partendo dalla sua infanzia e accompagnandolo nella crescita, fino agli anni della maturazione. La vita di Pietro, un ragazzino “di città”, è scandita dalla montagna: prima quella veneta, che ha dato i natali ai suoi genitori, poi quella più a ovest, dove all’ombra del Monte Rosa passa le sue estati d’infanzia in compagnia del suo unico amico, Bruno. I due ragazzi stringono una forte amicizia e nonostante le diverse scelte di vita che porteranno Pietro lontano, non si dimenticheranno mai l’uno dell’altro. Parallelamente, attraverso la vita di Pietro, ci vengono raccontate le storie intrecciate dei suoi genitori, gli altri due personaggi cardine del libro, insieme ai ragazzi. La montagna fa da sfondo alle due generazioni dei personaggi ma diventa anche protagonista della storia.

“Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.”

Abbiamo tra le mani una storia di crescita e di formazione, di accettazione (verso gli altri e verso se stessi) e della capacità di tornare sui propri passi, accettando di riguardare al proprio passato non solo con nostalgia ma anche per trarne dei preziosi insegnamenti.

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Le vicende del libro sono piuttosto banali, se vogliamo: il racconto delle estati di un ragazzino qualunque, ma è proprio la loro universalità a renderle magiche, a mio parere. E’ facile immedesimarsi in Pietro, ed è ancora più facile farlo grazie alle magistrali descrizioni che Cognetti ci regala dell’ambiente in cui ambienta la storia, la montagna. Tramite un magistrale utilizzo di termini mirati e descrizioni che si intrecciano con i sentimenti del protagonista (è sempre dai suoi occhi che scopriamo la montagna e ciò che la circonda), l’autore ci porta alla scoperta di sentieri, boschi e cime innevate che alla fine del libro ci sembrerà aver visto in prima persona.

Paolo Cognetti (classe 1978) ci parla in prima persona da amante della montagna, dove si rifugia ogni anno per qualche mese. Nelle 150 pagine o poco più del romanzo è stato in grado di condensare un amore smisurato per questo ambiente, donandogli un taglio da un lato “umanizzato” e dall’altro universale, perché ognuno di noi, mentre legge il libro, possa ritrovarci un po’ della sua infanzia, della sua storia.

Sono rimasta entusiasta di questo romanzo, tanto da voler recuperare altre opere di questo autore, partendo da Ragazzo selvatico, il suo quaderno di montagna, nella speranza di ritrovare un po’ dell’atmosfera che mi ha incantato ne Le otto montagne.

Voi avete letto questo romanzo? Cosa ne pensate? Vi aspetto nei commenti!

Qui trovate il link per acquistare il libro su amazon e IBS.

 

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