Il mio 2018 in libri

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Bentornati sul blog! Oggi è l’ultimo giorno del 2018 e prima di alzare i calici e brindare al nuovo anno ho deciso di fare un veloce recap delle mie letture anche qui sul blog (se mi seguite su Instagram sulla mia pagina trovate alcuni post dedicati alle mie letture migliori/peggiori dell’anno). Ho preso l’idea di questo post da uno dei blog che seguo di più, Nessun cancello, nessuna serratura, di Carmen, che aveva proposto questo articolo alla fine del 2017. Bene, non perdiamoci in chiacchiere e iniziamo subito con il riassunto del mio anno letterario.

Miglior libro: Resto qui di Marco Balzano. Se mi seguite su Instagram non è una novità: ho dedicato numerosi post a questo titolo, ne ho parlato in modo approfondito e credo ne scriverò presto una recensione anche qui per raccogliere tutti i miei pareri a riguardo. E’ un libro magico, unico e purtroppo terribilmente attuale, nonostante sia ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale. Balzano, candidato al Premio Strega, si riesce a calare benissimo nei panni della protagonista, Trina, e attraverso di lei a dar voce a un’intera comunità, quella del piccolo comune di Curon, nel Sudtirolo. Con il racconto di una guerra e di un’inondazione Balzano ci ricorda il potere delle parole, il valore di poter aprire bocca e imporsi per le cose che per noi hanno importanza. Se vi ho incuriositi, qui trovate il mio link di affiliazione ad Amazon per acquistare Resto qui.

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Miglior autore: Shirley Jackson, senza alcun dubbio. La maestra dell’inquietante e dei brividi lungo la schiena mi ha definitivamente conquistato nel corso del 2018. L’avevo conosciuta e incontrata per la prima volta nel 2017 con Abbiamo sempre vissuto nel castello (che rimane, a mio avviso, il suo libro migliore tra quelli letti sino ad ora) e la raccolta di racconti La Lotteria. Quest’anno ho letto invece Paranoia, vero gioiello letterario e L’incubo di Hill House, considerato dai più il suo capolavoro. Paranoia mi ha permesso di incontrare l’autrice non solo come scrittrice di romanzi e racconti ma anche come persona, attraverso la raccolta di saggi, riflessioni, aneddoti narrati in prima persona, che compongono il libro. Attraverso questo mosaico di espressioni diverse dell’autrice ho potuto sbirciare nella sua vita e innamorarmi definitivamente del suo stile e della sua autoironia che nascondono molto di più. Ragione per cui ho già messo nel carrello di Amazon la sua biografia e altri titoli di non fiction firmati da lei. Se siete interessati a Paranoia, vi lascio il mio link di affiliazione Amazon, con il vostro acquisto riceverò una piccola percentuale da rinvestire nei libri di cui vi parlo sul blog.

Peggior libro: Lamb di Bonnie Nadzam. Una cocente delusione. Avevo adorato lo stile dell’autrice in Lions, tanto da nominarlo nei dieci libri migliori letti nel 2017, ma questo titolo mi ha purtroppo molto deluso. Di Lamb non ho apprezzato né la forma né il contenuto: la vicenda narrata non mi ha convinto (tanto che ho trovato molto fuori luogo i paragoni mossi nei confronti di questo titolo con Lolita, viaggiamo proprio su due binari, anzi, universi, diversi, a mio parere), né la caratterizzazione dei due protagonisti. Nonostante questo la mia insofferenza alla storia David Lamb e Tommie è stata peggiorata dallo stile dell’autrice che ho trovato un po’ frettoloso e molto, troppo, scarno. A questo si aggiungono le mie alte aspettative mandate in frantumi. Nonostante ciò spero che presto arrivino in Italia altri titolo della Nadzam, sono impaziente di riavvicinarmi alla magia che avevo trovato in Lions. Per acquistare il libro su Amazon vi lascio il mio link di affiliazione.

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Un’uscita del 2018 che ti ha sorpreso: Divorare il cielo di Paolo Giordano. Questo libro è stato una completa e inaspettata sorpresa. Quando ho acquistato Divorare il cielo non mi aspettavo certo potesse piacermi così tanto. Mi sono innamorata della trama, dei personaggi, dell’atmosfera che si respira dalla prima all’ultima pagina e dello stile di Giordano. Un romanzo che sembra corale ma non lo è, complesso, ricco e intrecciato in due tempi diversi che a volte finiscono per sovrapporsi. Prima della lettura ero piuttosto titubante, un romanzo di oltre quattrocento pagine, scritto da una penna che in passato mi aveva deluso: non ero certa sarei riuscita a finirlo e soprattutto ad apprezzarlo. E invece ricordo di averlo letto in tre giorni, non riuscivo a staccarmi dalle pagine e ormai ero completamente rapita dalle vicende dei protagonisti, tanto che a volte dovevo fermarmi e ricordare a me stessa che era solo un libro. Se volete recuperare Divorare il cielo attraverso il mio link di affiliazione, qui trovate il link d’acquisto.

Un’uscita del 2018 che ti ha deluso: Autunno di Ali Smith. Aspettavo trepidante di leggere un libro della Smith da tempo e forse ho sbagliato a iniziare con questo. Ho letto Autunno e purtroppo ne sono rimasta delusa, in primis dallo stile dell’autrice, che mi è sembrato inutilmente ricercato e quasi pomposo, senza che ve ne fosse una reale ragione. Ho trovato infatti lo stile molto lontano dall’effettiva trama in sé, quasi forzato in alcuni tratti. Se da un lato non mi è piaciuta la forma, dall’altra non  ho apprezzato maggiormente le vicende narrate. Non mi ha convinto la caratterizzazione dei personaggi principali, e in alcuni casi ho fatto molta fatica a seguire il filo della narrazione, mi perdevo nei meandri delle pagine e non riuscivo a orientarmi nella trama. Spero di riavvicinarmi presto alla Smith leggendo altro di suo, vorrei darle presto una seconda possibilità. Se volete acquistare Autunno con il mio link di affiliazione di Amazon, questo è il link.

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Un genere che hai rivalutato nel 2018: Non fiction. Prima di approcciarmi con successo a questo genere nel corso del 2018 (genere che poi ho scoperto essere tremendamente vasto, e di per sé, non fiction, non vuol dire niente), credevo di non avere la voglia di impegnarmi in letture di stampo più tecnico e nozionistico, già impegnata nelle letture per l’università. Invece ho scoperto essere un’amante della non fiction, e in particolare di testi di divulgazione più o meno specifici che trattano dei più disparati argomenti. IN questa categoria rientrano memoir, biografie, saggi più o meno scientifici, raccolte di articoli di giornali o riflessioni degli autori, insomma, è una categoria davvero estremamente vasta. Uno dei libri più belli letti nel 2018 rientra perfettamente in questo genere, si tratta di Leviatano ovvero la balena di Philip Hoare, un testo che fonde la storia dell’autore e le sue esperienze personali con una serie di riflessioni scientifiche di natura ecologia, biologica, storica e mitologica. Proprio di questa categoria di saggi, di natura ibrida tra più generi, difficilmente incasellabili io mi sono innamorata nel 2018. Oggi ne sono costantemente alla ricerca, tra memoir di viaggi, biografie romanzate, studi su animali e chi più ne ha più ne metta. Il mio 2019 si prospetta essere un anno molto ricco di queste letture. Qui vi lascio il link per acquistare Leviatano ovvero la balena su Amazon.

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Miglior graphic novel (categoria bonus aggiunta da me): La mia cosa preferita sono i mostri di Emil Ferris. Di questa splendida graphic novel ho scritto una recensione qui sul blog, di cui trovate il link qui. La Ferris ha firmato un lavoro completamente fuori dall’ordinario, che unisce una trama difficile e delicata a uno stile particolarissimo e diverso dal solito. Per tutte le riflessioni a riguardo vi lascio la recensione. A mio avviso un vero capolavoro immancabile nella libreria di un appassionato del genere. Se volete acquistare il volume su Amazon attraverso il mio link di affiliazione, potete cliccare qui.

Bene, questo post termina qui. Quali sono state le letture migliori o peggiori del vostro 2018? Vi ricordo che potete utilizzare i link ad Amazon per acquistare i libri e i fumetti di cui vi parlo sul blog, e se volete potete sostenere il blog con un caffè virtuale su Ko-fi. Ci leggiamo nel 2019, sperando sia un anno pieno di belle letture e nuove scoperte letterarie! Buon anno!

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Recensione: La mia cosa preferita sono i mostri

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Finalmente! F I N A L M E N T E ! Aspettavo di leggere questa graphic novel da prima ancora che venisse tradotta in italiano. Per ragioni essenzialmente economiche (è un volume un po’ costoso, MA vale tutti i soldi spesi) avevo rimandato l’acquisto del volume in questione fino al Lucca Comics di quest’anno, dove finalmente mi sono concessa l’acquisto.

14 Febbraio 1968. Oggi la nostra vicina del piano di sopra, la signora Anka Silverberg, è morta in circostanze misteriose. Le hanno sparato al cuore in salotto, ma è stata trovata a letto con le coperte in ordine, come se si fosse messa a dormire.

Per quanto mi riguarda questa graphic novel è davvero unica nel suo genere ed estremamente interessante. Si basa su una trama avvincente e sviluppata egregiamente e uno stile particolarissimo e immediatamente riconoscibile ed evocativo, ma andiamo con calma. Partiamo dalla trama: siamo negli anni ’60, la protagonista è la piccola Karen Reyes, una ragazzina di undici anni appassionata di disegno, arte ma soprattutto, come suggerisce il titolo, mostri. Karen è una vera fan dell’orrore, va alla ricerca dei suoi mostri preferiti per le strade di Chicago, sullo sfondo di una città in balia della povertà e della criminalità. Karen prova a destreggiarsi in una quotidianità che non è molto facile, e situazione che peggiora quando scopre che la sua vicina di casa, con la quale ogni tanto passava un po’ di tempo, è stata trovata morta. La polizia parla di suicidio, ma lei non vuole (o non può) crederci, e decide di far chiarezza su questo “caso”, indossando l’impermeabile da investigatore di suo fratello e iniziando a indagare. Questo la porterà a esplorare gli angoli più bui e nascosti della vita di Anka, la sua vicina di casa. A grandi linee questo è il corpo centrale della trama, della quale non voglio dirvi di più.

Veniamo ora al secondo aspetto, lo stile e la struttura della graphic novel. La Ferris costruisce questo enorme primo volume (ci sarà un seguito) come se fosse il quaderno di disegni e scarabocchi di Karen, dove appunta ciò che le succede e racconta le sue giornate, una sorta di diario illustrato. Conosceremo tutta la vicenda dal punto di vista della protagonista, che illustrerà le sue giornate e le persone che la circondano, mischiando la sua quotidianità con ricordi, pensieri e a volte elementi inventati, frutto della sua fantasia, come i suoi amati mostri. A tal proposito l’aspetto interpretativo è essenziale per la lettura di questa graphic novel. Karen si disegnerà sempre come un mostro, un piccolo licantropo, mentre replicherà in maniera molto veritiera tutti gli altri elementi della sua vita, compresi i suoi famigliari e tutte le persone che la circondano (con un’unica, breve, eccezione). A intervallare i capitoli ci saranno delle copertine di riviste horror che la stessa Karen ricopia fedelmente sul suo quaderno. Non c’è una pagina che si assomiglia all’altra, i pensieri di Karen si fondono con le sue riflessioni, e poi con la storia di Anka e della sua tormentata vita. Disegni, scarabocchi e scritte, si fondono insieme; il tutto riportato da un tratto molto realistico, a penna. Non sono pagine monocromatiche, si alterneranno vari colori, sempre a penna o al massimo pennarello, rendendo questa graphic novel una delle più particolari e innovative, dal punto di vista estetico, che io abbia mai avuto tra le mani. Lo stile del diario ricorda un po’ le stesse riviste horror che legge Karen, pieno zeppo di rimandi alla cultura underground.

Dicono “poichè non è possibile che i mostri siano veri, allora non sono veri”. Il dizionario dice che la parola mostro viene dal latino “monstrum”, che significa “far vedere” (come dimostrare) ma la g.e.n.t.e dice “non abbiamo mai visto un mostro, quindi non esistono”… la verità è che ci sono tante cose che non vediamo normalmente, ma che sono proprio sotto al nostro naso, come i germi, l’elettricità, e forse anche i mostri sono totto al nostro naso.

L’opera segue due linee narrative principali. Nella prima parte si sviluppa e si esplora l’universo della piccola Karen, che si trova a vivere una quotidianità condita dal bullismo, non pochi problemi in famiglia e una sessualità ancora da definire e da comprendere. In queste pagine conosciamo meglio suo fratello Deeze, un personaggio fondamentale, che si prende cura (come meglio riesce) della sorellina, e che l’ha fatta avvicinare al mondo dell’arte per la prima volta, e la madre di Karen, una donna che mischia un po’ di religione a tantissime superstizioni e credenze popolari che la guidano nelle scelte quotidiane. In queste pagine emergono i temi del rifiuto del diverso, dell’emarginazione, del razzismo, della difficoltà di sentirsi parte integrante di una società che non sembra pronta ad accettarti. La seconda parte è invece dedicata alla violenta storia di Anka, e passiamo ad affrontare aspetti molto intensi seguendo la sua biografia, come la guerra (Anka è una sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti), lo sfruttamento e l’oggettivazione del corpo femminile e la malattia mentale.

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E’ una graphic novel che ha molti livelli di lettura, e soprattutto esplora e analizza moltissime tematiche, alcune anche molto forti, soprattutto quando ci addentriamo nella seconda parte del romanzo, quella dedicata alla storia di Anka. Proprio per queste tematiche viene usato uno stile anche esplicito, i disegni non risparmiamo particolari cruenti o a sfondo sessuale, mai superfluo, sempre utile all’economia dell’opera. Molto più che in altri casi, lo stile e la struttura dell’opera si fondono con la narrazione, e diventano l’uno lo specchio dell’altra: alla fine della lettura ci sembra impossibile illustrare diversamente la storia che abbiamo appena letto, quello della Ferris è l’unico modo possibile.

Viene spontaneo chiedersi, a un certo punto del romanzo, chi siano i veri mostri. E’ curioso vedere come Karen si disegni come un licantropo, segno di un’incapacità di trovare il proprio spazio e il proprio ruolo in una società che comprende con difficoltà, ma disegna invece in modo perfettamente normale i mostri attorno a lei. Nascosti appena sotto la superficie, e anzi, in molti casi nemmeno tanto celati, si muovono sullo sfondo altri tipi di mostri, quelli veri, diciamo. Karen si domanda cosa distingua i mostri buoni, ovvero quelle persone viste come diverse dalla società, che non trovano il proprio spazio, dai mostri cattivi, quelli che agiscono con egoismo e crudeltà.

… Mi faccio largo nel grigiume fino ad arrivare all’isola verde nell’occhio di mama. È coperto di alberi e arbusti e odora di terra. È come se mia madre avesse fatto un posto sull’isola verde per tutto ciò che sono (anche le cose segrete) e mi sdraio su un soffice letto di muschio, alla base del pino molto alto, e mi addormento.

Ultima nota che vorrei fare riguardo a questa splendida graphic novel è riferita alla casa editrice Bao Publishing. La particolarità dello stile della Ferris risiede non solo nell’uso della penna come strumento grafico, già piuttosto inusuale nel mondo del fumetto contemporaneo, ma dall’uso della pagina e dalla gestione degli spazi. La Ferris ricopre letteralmente la pagina bianca, non lascia molti spazi, e ogni pagina è diversa da quella precedente, aspetto che ci permette di immergerci nella lettura e credere che quelle siano davvero le pagine di un vecchio e logoro quadernone, perché avrebbe davvero quell’aspetto. Dietro al lavoro di traduzione della graphic novel, in questo caso non c’è solo l’esigenza di adattare i dialoghi e inserirli negli spazi appositi, ma è stato necessario letteralmente ripensare gli spazi e in alcuni casi realizzare dei lavori di hand lettering ad hoc per ogni pagina. Quindi bravi, come sempre, i ragazzi della casa editrice, che ci hanno regalato questo piccolo gioiellino in italiano. Per conoscere meglio l’autrice Emil Ferris vi lascio il link di un’interessante intervista del sito Il Libraio.

La recensione si conclude qui. Spero che vi sia piaciuta, e se decidete di acquistare questa graphic novel, vi lascio il mio link di affiliazione ad Amazon. Se acquistate tramite il mio link io riceverò una piccola commissione (non muterà assolutamente il prezzo che pagherete voi) che mi permetterà di acquistare altri libri in futuro per continuare a parlarvi di libri!

Recensione: Se la strada potesse parlare di James Baldwin

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Bentornati sul blog! Oggi vi porto la recensione di una delle mie ultime letture, un libro verso il quale nutrivo aspettative piuttosto alte, avendone sentito parlare molto bene da chiunque lo avesse già letto, ed effettivamente la lettura ha soddisfatto, se non addirittura superato, queste aspettative. Prima di iniziare la recensione vi lascio il sito della casa editrice Fandango, che mi ha mandato questo libro e che non smetterò mai di ringraziare per avermi fatto conoscere Baldwin e la sua meravigliosa scrittura.

Perché, capite, lui aveva trovato il suo centro, il suo centro personale dentro di sé: e si vedeva. Non era il povero negro di nessuno. E questo è un crimine in questo fottuto libero paese. Devi essere un povero negro: ed è stato quello che i poliziotti hanno deciso quando Fonny si è trasferito in centro.

Questo libro mi era stato presentato come una “bellissima storia d’amore” e io, non essendo una grande amante del genere, partivo un po’ prevenuta. Ora che l’ho terminato posso affermare che è molto di più, è sì una bellissima storia d’amore, ma non solo. E’ la storia di una famiglia, di un quartiere, di uno spaccato della società, di un periodo storico, che racconta senza la pretesa di spiegarlo, un intero mondo. Baldwin scriveva questo romanzo nel 1974, e la vicenda si sviluppa durante i turbolenti anni settanta in una società americana dove le discriminazioni razziali sono all’ordine del giorno. Siamo a New York, una New York bellissima e terribile, e seguiamo le vicende narrate in prima persona della giovane Tish, diciannovenne afroamericana incinta del suo ragazzo, il ventunenne Fonny, incarcerato ingiustamente per lo stupro di una donna portoricana che afferma di averlo riconosciuto come il suo aggressore. In pochissime parole, questa è la trama, in realtà c’è molto di più. Quella che inizialmente sembra una vicenda che ruota attorno a due soli personaggi, Tish e Fonny (che quasi conosciamo solo attraverso i ricordi di Tish), coinvolge invece due intere famiglie e tutte le persone che incrociano, anche per un attimo la vita di Tish. Baldwin infatti non risparmia nessun personaggio dal suo sguardo attento, e attraverso il fiume di pensieri di Tish ci porta a conoscere la sua famiglia, quella di Fonny e le persone che attraversano le loro vite, dal ragazzino tassista di San Juan, alla donna italiana che gestisce un fruttivendolo, all’uomo gentile che avrebbe affittato la sua soffitta ai due giovani. Così questa diventa anche la loro storia, la storia di una donna portoricana stuprata e spaventata, di un avvocato bianco e coraggioso, di una madre, Sharon, che per sua figlia e il suo futuro nipote farebbe (e fa) di tutto. Baldwin costruisce un vero mosaico, in cui ogni tessera tocca e influenza quelle che gli stanno accanto.

Il mondo vede quello che vuole vedere o, quando si arriva alla fine dei conti, quello che gli dici di vedere: non desidera sapere chi, cosa o perché sei.

E’ una storia d’amore, che non “rimane” tra due sole persone ma si espande tutto attorno a loro. E’ la storia di come l’amore può fare la differenza nella vita delle persone, di come può salvare e condannare, di come i rapporti sociali possono incidere nel corso dell’esistenza di un singolo individuo. In questo caso è esemplare il paragone tra la vicenda di Fonny e quella del suo amico Daniel, per mettere in luce la differenza tra due giovani che hanno avuto la possibilità di godere in modo diverso dei rapporti che li circondavano.

La drammatica storia di Fonny, che si è macchiato dell’unico crimine di essere nato nero, in una società profondamente razzista, accusato ingiustamente per un crimine che non ha commesso, è portata come uno schiaffo agli occhi del lettore, a denuncia di una società corrotta e votata alla discriminazione razziale. Nonostante il profondo dolore di cui è impregnata ogni pagina del romanzo, Baldwin non si perde mai in toni tragici e pesanti, anzi, riesce a raccontare questa storia con quasi un velato e leggero ottimismo, un senso di fratellanza, non solo tra i neri, ma più collettivo, che prescinde la nazionalità, il colore della pelle e l’etnia.

Lo stile si adatta al tono della narrazione: a raccontarci questa storia è la stessa protagonista, Tish, e Baldwin le regala una voce (forte, riconoscibile, determinata, disperata) e lo spazio necessario per raccontarci la sua storia. Lo scrittore si annulla in lei e allo stesso tempo è estremamente presente, le due voci si sovrappongono e per noi l’unica narratrice della vicenda diventa la giovane e inesperta Tish, e attraverso le sue stesse parole impariamo a conoscere lei e il mondo che la circonda. Questa scelta finisce per coinvolgere il lettore talmente tanto che a metà del libro ci sembrerà di essere con Tish per le strade di New York, di accompagnarla al lavoro, di guardare Fonny attraverso il vetro della sala degli incontri in carcere, ci sembrerà di essere lì, di far parte di quella storia, di essere a nostra volta coinvolti. Ci sorprendiamo con lei, ci arrabbiamo con lei, ci indigniamo, speriamo, sorridiamo, siamo felici, piangiamo con lei. E questa forza evocativa è forse il principale aspetto positivo del romanzo, al di là della trama, dei personaggi, della storia in sé, è il modo in cui viene raccontata questa storia ad avermi colpita e rapita.

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Credo che non succeda troppo spesso che due persone possono ridere e anche fare l’amore, fare l’amore perché ridono, ridere perché stanno facendo l’amore. L’amore e il riso provengono dallo stesso luogo: ma solo in pochi ci vanno.

Il registro è esattamente quello che ci aspettiamo da parte di una diciannovenne con un’istruzione media e tanta rabbia in corpo: a volte è un po’ sboccata, sempre sincera, racconta la sua realtà senza filtri, senza migliorare nulla di ciò che le passa per la testa, di ciò che sente. Ci racconta la sua frustrazione, la sua rabbia, la sua paura. Molto più di qualsiasi altro sentimento, è la paura a regnare nelle pagine di questo romanzo: tutti hanno paura, e la cosa che mi ha più colpito è che nessun personaggio ha paura per se stesso, non direttamente. Tutti sono spaventati per qualcuno di caro. Una sorta di paura condivisa e strisciante che lega ogni personaggio l’uno all’altro.

L’ultimo aspetto del quale vorrei parlarvi è anche l’unica nota dolente del romanzo: il finale. Ho apprezzato il finale aperto, ma l’ho trovato troppo aperto, un po’ arrangiato. Seguendo la storia, ho trovato naturale che non ci fosse la parola fine a questo romanzo, ma avrei sperato in qualcosa di più, visto lo svolgimento della trama. Mi è sembrato incompleto, sarebbero bastate una ventina di pagine per renderlo, almeno ai miei occhi, un romanzo praticamente perfetto.

Colpita dallo stile e dalle tematiche trattate da Baldwin, da sempre attivista per i diritti civili e che ha fatto delle denunce di discriminazioni razziali il centro di molte sue riflessioni, ho deciso di approfondire la sua figura e la sua produzione: Fandango ha portato in Italia La stanza di Giovanni, uno dei romanzi più conosciuti dell’autore e da quello che ho potuto capire dal loro addetto stampa, sono intenzionati a portarci tutte le opere dello scrittore (evviva!). Qui vi lascio un articolo sullo scrittore che ho trovato piuttosto interessante: si tratta un’intervista del 1962, pubblicata sul The Guardian, dopo l’uscita del secondo romanzo dell’autore. Qui Baldwin parla del suo controverso rapporto con la città di New York (è nato e cresciuto ad Harlem), sempre centro focale dei suoi romanzi, della sua scrittura e della necessità di lasciare l’America per vivere per un periodo di tempo in Europa.

“I left America because I thought that if I survived at all I would drown as a writer in bitterness. I wanted to be a writer, not a Negro writer.” – J. Baldwin

Vi segnalo inoltre, se foste interessati (come la sottoscritta) ad approfondire le tematiche di Baldwin, una raccolta di suoi saggi e riflessioni, edito Bompiani, Questo mondo non è più bianco.

Spero che questa recensione vi sia piaciuta e che sia riuscita a incuriosirvi un po’ riguardo a questo meraviglioso libro, al quale spero decidiate di dare una chance. Come sempre vi lascio qui il link per acquistarlo tramite il mio link di affiliazione ad Amazon.

Recensione: …che Dio perdona a tutti di Pif

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Bentornati sul blog, dopo un lungo periodo di assenza torno con una recensione in occasione di una nuova uscita in libreria. Ammetto di essermi approcciata alle prime pagine di questo libro un po’ titubante. Ero molto curiosa di incontrare la voce di Pif (Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif) per la prima volta attraverso la carta stampata, conoscendo e apprezzando già i suoi lavori pregressi, da Il testimone, ai film, ai documentari, ed ero molto interessata a vedere come se la sarebbe cavata come voce narrante di un libro. Perché ero incerta, inizialmente? A causa del tema centrale del romanzo: il focus è il rapporto di un uomo qualunque con la fede cristiana, un argomento molto lontano da me (ho messo in pausa questo aspetto della mia vita alcuni anni fa), o almeno così pensavo prima di leggere “…che Dio perdona a tutti”.

Ma guardi un attimo questo paese che si dichiara cattolico. Mi sembra acclarato che non sia così. Se fosse vero, saremmo un paese civile. Perché il pensiero fondamentale che accompagna le azioni degli italiani è: futti futti, che Dio perdona a tutti! C’è sempre la misericordia di un Dio misericordioso che ci salverà. Se la vivi così, la fede, è molto facile essere cristiani.

Per quanto mi riguarda Pif si conferma essere un narratore in grado di spaziare tra più medium riuscendo a portare un messaggio ben chiaro senza assumere un tono pedante o didattico, coinvolgendo il lettore (in questo caso) e riuscendo a mantenere sempre il suo inconfondibile tono ironico e apparentemente spensierato.

Leggendo “…che Dio perdona a tutti” mi sono ritrovata impantanata in una serie di riflessioni che non pensavo potessero colpirmi così da vicino. Ma andiamo con ordine. La trama ruota attorno alla figura di Arturo (che incontrerà anche qui la sua Flora, come in ogni opera di fantasia realizzata dall’autore, il quale è particolarmente affezionato a questi due nomi e li ripropone come protagonisti in ogni storia), un normalissimo agente immobiliare palermitano che conduce un’esistenza quanto mai mediocre, scandita dalle partite a calcetto con gli amici giocate controvoglia, un lavoro che non gli da nulla in più di uno stipendio e la sua unica vera passione: i dolci. Arturo passa i suoi momenti liberi alla scoperta di pasticcerie per le vie di Palermo, assaggiando iris e sciù ogni volta che ne ha l’occasione. La vita di Arturo scorre in modo estremamente lineare fino all’incontro con Flora (e soprattutto con la sua fede). Arturo incontra Flora in una pasticceria ed è amore a prima vista, gli basta sentirla parlare di dolci per capire che quella è la donna della sua vita. I primi mesi della loro relazione sono a dir poco idilliaci, e tutto va per il meglio fino a quando Flora non fa notare ad Arturo che non ha comportamenti da buon cristiano, coerentemente con ciò che lui afferma di essere (ovvero “credente, un po’ come lo sono tutti”). Arturo scoprirà infatti che la fede, per la sua fidanzata, è un elemento centrale e fondamentale della sua vita, tanto che proprio la fede e le critiche mosse da Flora lo porteranno a prendere una decisione drastica e quanto mai lontana dal suo carattere: per tre settimane si sarebbe gradualmente convertito, applicando alla lettera (sempre entro certi limiti) gli insegnamenti della religione cattolica. Arturo si troverà a questo punto a scontrarsi con numerosi comportamenti che vedrà per la prima volta nella loro totale incoerenza, da parte anche di persone molto vicine a lui.

Ci sono momenti nella vita in cui uno vorrebbe scendere momentaneamente da se stesso. Ma solo per un breve periodo. Una sospensione. Giusto per capire le proprie intenzioni e quelle del resto del mondo. Per comprendere quanti punti in comune ci possano essere.

Non mi dilungo ulteriormente sulla trama perché non voglio rovinarvi la lettura. Prevedibilmente le cose andranno male, molto male, per il povero Arturo. Di certo il punto di forza di questo libro non è l’effetto sorpresa, ma devo dire che, per quanto sappiamo fin dall’inizio che le cose prenderanno una brutta piega, questo non rovina assolutamente la lettura. Tra l’altro, nonostante mi aspettassi almeno in parte alcuni risvolti della vicenda, ho divorato il libro in poche ore, incapace di staccarmi dalle pagine.

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Lo stile è  leggero, molto scorrevole e la voce narrante è caratterizzata dall’inconfondibile ironia di Pif che racconta in prima persona le vicende del protagonista, inserendo numerose digressioni e divagazioni durante lo svolgimento della vicenda che riescono sempre a strappare un sorriso e una mezza risata al lettore. Così come nelle due pellicole girate dall’autore (La mafia uccide solo d’estate e In guerra per amore), anche qui il registro conferma la scelta dell’autore di veicolare messaggi importanti attraverso la leggerezza, senza annoiare mai e senza rendere pesante la narrazione.

Il tema principale, già annunciato nella quarta di copertina e che vi salterà agli occhi in quasi in ogni pagina del libro, è la coerenza dell’essere cristiani. L’autore si interroga sull’importanza data alla coerenza dal cittadino comune, dall’italiano medio che vive la religione ormai più come un accessorio da sfoggiare la domenica mattina per andare a messa, che non come un’esigenza personale. Per chi se lo stesse chiedendo: no, questo libro non è una critica alla religione, anzi, tutt’altro. È piuttosto una dimostrazione della difficoltà di essere cristiani, soprattutto ora, in un tempo in cui possiamo effettivamente scegliere in cosa credere e come agire di conseguenza, privilegio che le generazioni passate non hanno sempre avuto. Il messaggio è molto chiaro, e non lascia scampo a interpretazioni sbagliate: puoi scegliere, ma se decidi di definirti cristiano, è il caso che tu sappia davvero cosa vuol dire esserlo.

Quante volte nella nostra quotidianità siamo messi davanti a questa totale e disarmante incoerenza, senza che in realtà ormai ne fossimo colpiti più di tanto? I crocifissi nelle scuole sì, ma i migranti li aiutiamo a casa loro. Cito questi due esempi presenti anche nel libro, uno affianco all’altro, per rendere evidente la totale contraddizione di questi comportamenti (è facile immedesimarsi in Arturo, così come è facile condannare chi lo circonda, anche se nella vita quotidiana probabilmente siamo molto più simili a queste persone senza nemmeno rendercene conto). Nel libro vengono trattati argomenti anche molto attuali, come appunto l’accoglienza dei migranti, e viene spontaneo al lettore (o almeno è venuto spontaneo a me) interrogarsi, calarsi nei panni di Arturo prima e di chi lo circonda poi, e chiedersi “ma io, cosa avrei fatto?”.

Arturo esaspera alcuni aspetti della religione, a volte inconsciamente, altre con consapevolezza, fino a quando questa “finzione”, per mostrare l’assurdità di certi comportamenti cristiani, considerati impraticabili dallo stesso Arturo (chi mai direbbe la verità, pur sapendo che questo gli costerà problemi sul luogo di lavoro?) non lo ingloberà completamente, iniziando a fargli vedere il mondo che lo circonda da un punto di vista completamente diverso e inaspettato.

Non volevo vivere il cristianesimo come uno sport, da praticare solo quando ne avevo voglia o non avevo impegni. Ci sono certe cose che ci mettono sicurezza e ci confortano. Quando sta male un caro o stiamo male noi, ci ricordiamo di essere cristiani. Quando un presunto invasore rischia di mettere in discussione “le nostre radici cristiane”, allora lo diventiamo. Pratichiamo il cristianesimo quando ci è più comodo.

Uno degli aspetti che mi è sembrato si volesse evidenziare nel libro è l’accettazione totale e condivisa di questa incoerenza da parte di tutta la società, che ci porta alla convinzione che nessuno può cambiare le cose, nessuno può comportarsi davvero come un cristiano, quindi non senso nemmeno provarci.

Nel nostro inconscio ci aspettiamo sempre che prima o poi arrivi qualcuno ad aggiustare le cose, a sistemare quelle situazioni che consideriamo drammatiche, qualcuno dotato magari di un superpotere, perché solo così potrà riuscire nel suo intento. E non appena questo tentativo viene fatto da qualcuno uguale a noi, con i nostri stessi problemi e nella nostra stessa condizione, con qualche difettuccio e magari anche non nel migliore dei modi, siamo pronti al giudizio e ad affossare tale tentativo. Senza nemmeno farci sfiorare dall’idea che forse, se ci ha provato lui, potevamo farlo anche noi.

Ci sarebbero molte altri aspetti del libro che vorrei discutere con voi, ma rischio di scrivere talmente tanto che nessuno arriverebbe alla fine della recensione, quindi concludo qui. Mi sento di consigliare questo libro a chiunque, credenti e praticanti e non, a prescindere dalla propria fede religiosa e dal proprio credo. Il messaggio che vuole mandare può essere accolto da tutti indistintamente dalla religione di appartenenza. Come sempre qui vi lascio il link per acquistarlo su Amazon (cliccando sul link in questione verrete indirizzati alla mia pagina di affiliazione).

 

Review: La casa sul Bosforo di Pinar Selek

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Istanbul è una città immensa, carica di miti. Ora piange, ora ride. Un intreccio di microcosmi. Di tempi e di luoghi. Di ricordi e speranze. Di dita rovinate, di labbra di rosa, di sguardi segreti…

Sono molto felice di potervi parlare di questo libro, in parte perché desideravo leggerlo da tempo, e in parte per il modo con cui ne sono venuta in possesso. Questa sarà una recensione un po’ fuori dai soliti schemi, per ragioni che capirete andando avanti con la lettura. “La casa sul Bosforo” è il primo libro promosso dalla campagna di #freereading di Acciobooks, un sito dove potete scambiare gratuitamente i vostri libri con altre persone sparse per tutta Italia. Come funziona la campagna di free reading? Vi rimando al loro profilo Instagram, dove potrete trovare tutte le informazioni dedicate al progetto tra le storie salvate in evidenza, e nel caso decidere di partecipare alle prossime edizioni. Grazie a questa iniziativa potrete essere tra i fortunati scelti per ricevere una copia di un libro gratuito, come è successo a me per il libro di cui vi parlo oggi, per poi “rimetterlo in circolo” una volta letto e scambiarlo.

Di cosa parla La casa sul Bosforo? Siamo a Istanbul, seguiamo, nel corso di circa un ventennio, due giovani coppie attraverso avvicinamenti e allontanamenti nel tempo, partendo dai primi anni ottanta e arrivando fino agli anni duemila. Questo era quello che mi era stato detto a proposito di questo libro, questo era quanto mi aspettavo. La verità è che ci troviamo davanti a un’opera ben più complessa, articolata e preziosa di quanto queste brevi frasi possano lasciar presagire. Sì, ci troviamo a Istanbul, ma se come me siete innamorati della colorata città turca, preparatevi a immergervi di nuovo (se, come me, avete già avuto il piacere di conoscerla) nell’atmosfera famigliare e ricca di contrasti della città. Preparatevi a esplorarla insieme ai protagonisti, a riconoscerne gli odori e i colori. Istanbul, e in particolare il quartiere di Yedikule, prendono vita tra le pagine di questo libro. Yedikule è l’ambientazione principale delle vicende, che però non si limita a fare da sfondo ai racconti dei personaggi che popolano il quartiere, ma si fonde con loro e diventa lo stesso motore che fa muovere le loro storie. Sarà proprio qui che convergeranno le storie dei numerosi personaggi, qui che la loro vita in un modo o nell’altro cambierà, sullo sfondo dei vicoli e delle botteghe di Yedikule compieranno scelte difficili, si innamoreranno, combatteranno per ciò in cui credono e sacrificheranno quanto hanno di più chiaro al mondo.

Ma chi sono questi personaggi? Sono tanti, diversi, e hanno origini differenti, alcuni hanno radici in paesi lontani, altri non le hanno mai avute. Ci sono Sema, che era convinta di essere una ragazza svogliata e destinata a una vita mediocre, Hasan, un musicista che arriverà fino a Parigi prima di capire che le sue radici sono più forti di ciò che pensava, il falegname Salih, dal cuore grande e innamorato di Sema, Elif, che cerca la giustizia e un ideale al quale consacrare la sua vita, Guljan, la madre di Sema che per dare una vita migliore della propria alla figlia accetta le umiliazioni di una ricca famiglia sul luogo di lavoro, Haydar, che non è più sicuro della guerra che sta combattendo e per la quale ha sacrificato tutto, anche il suo nome, la prostituta Handè che ha deciso di cambiare vita. Potrei continuare per molto ancora, perché questi sono solo alcuni dei personaggi che incontriamo a Yedikule, tra chi vive e vivrà lì per tutta la vita, chi è solo di passaggio e chi è appena arrivato con l’intenzione di restarci per sempre. Inizialmente ho fatto un po’ di fatica a seguire le diverse storyline di tutti i personaggi, ma non appena si sono iniziati a incrociare ecco che succede la magia, e ho ritrovato il mosaico di culture, odori e personalità che avevo trovato durante il mio viaggio a Istanbul ormai quattro anni fa. L’autrice tira i fili della trama, sospinge delicatamente i suoi personaggi verso Yedikule, come sussurrando loro che è lì che devono andare, anche se ancora non sanno perchè.

Le persone ci mettono sempre troppo tempo a conoscere ciò che hanno a portata di mano. Guardano solo le cose inaccessibili.

Non c’è città migliore per ambientare un romanzo corale come questo. Sarò di parte, ma Istanbul è la città dai mille volti, dalle mille storie, dove chiunque può sentirsi allo stesso tempo accolto e rifiutato. Mi rendo conto di non scrivere una recensione particolarmente oggettiva, in questo caso, così come di non fornire molte nozioni specifiche riguardo alla trama, ma credo che in questo caso l’atmosfera che si respira in ogni pagina del romanzo sia ben più importante della ricostruzione dei singoli avvenimenti.

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Il libro è raccontato come fosse una fiaba, più realistica di ciò che di solito siamo abituati a individuare come tale, ma dalle tinte un po’ magiche, se vogliamo, sospesa fuori dal tempo. Allo stesso tempo però il racconto viene ben radicato nella quotidianità, e si scontra con la realtà, in certi punti in modo violento e terribile. Questa storia non parla solo di accettazione, aiuto reciproco, amore, fiducia e sacrificio, ma anche di fuga, rifiuto, guerra e paura del diverso. Istanbul è la città con due facce: da secoli integrazione e rifiuto si scontrano quotidianamente tra le sue vie, e sarebbe errato ricordarsi solo della parte magica: c’è anche quella tradizionalista, violenta, soppressiva, e soffocata da tutte quelle culture che storicamente compongono il tessuto sociale della città. Greci, armeni, ebrei, curdi: è difficile ormai tenere il conto di quante minoranze si siano intrecciate, mischiate e allo stesso tempo odiate all’interno di questa città. Questo libro ci aiuta nell’intento di non dimenticare alcuni importanti avvenimenti (il colpo di Stato del 1980, il Pogrom d’Istanbul, la crisi di Cipro, le discriminazioni razziali e religiosi perpetrate verso numerose minoranze etniche), raccontandoci dell’abbagliante luce di Istanbul, senza però nasconderne le ombre. Personaggi armeni, greci e curdi prendono la parola e ci  raccontano la loro storia, probabilmente inventata essendo un lavoro di fiction, ma sicuramente non si discosterà molto dalla verità di numerose persone che, anche solo nell’ultimo secolo, si sono trovate coinvolte in eventi tragici ben più grandi di loro, solo per via della nazionalità dei propri genitori o dei propri nonni. Istanbul è stata, e purtroppo è, anche questo: un mosaico di luci e ombre indistricabili.

L’aspetto immutato malgrado gli anni. Gli occhi scuri offuscati: dalla pioggia o dalle lacrime?

L’ultimo aspetto sul quale mi soffermo, prima che questa diventi una recensione chilometrica, è lo stile dell’autrice. Lo stile della Selek è molto delicato, quasi sognante per certi versi, e allo stesso tempo diretto, caratterizzato da frasi piuttosto brevi e dialoghi diretti, incisivi, veloci, a volte troppo, ed  è forse l’unico aspetto che non mi ha conquistato del tutto di questo libro. Avrei apprezzato alcune descrizioni più approfondite della città, uno studio maggiore della psicologia dei personaggi, per quanto siano molti e difficilmente analizzabili nella loro singolarità.

Vi è piaciuta la mia recensione di La casa sul Bosforo? Vi ricordo che sarà presto in scambio sulla mia libreria di Acciobooks, in alternativa vi lascio qui il link per acquistarlo su Amazon. Se decidete di acquistare il libro attraverso il mio link di affiliazione in riceverò una piccola percentuale sulla vostra spesa, che verrà utilizzata per l’acquisto di altri libri da recensire sul blog. Grazie a tutti quelli che hanno usato o utilizzeranno il link in futuro!

Review: L’educazione di Tara Westover

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Bentornati (o benvenuti, se questa è la prima volta che vi capita di passare da qui). Settembre porta con sé il profumo dei nuovi inizi, quindi dopo una lunga (lunghissima) pausa estiva, ho deciso di tornare in sella e riprendere a pubblicare articoli sul blog. Prossimamente non ci saranno solo recensioni, ma anche post dedicati ad altri argomenti, ma non perdiamoci in chiacchiere. 

Oggi: recensione di uno dei libri più belli del 2018. “L’educazione” è il memoir autobiografico dell’autrice, Tara Westover, una ragazza nata e cresciuta nell’Idaho da genitori mormoni integralisti. Prima di tutto, come sottolinea l’autrice stessa, questo libro non è una critica né un’analisi della comunità mormone, si tratta di una storia dove la tematica religiosa ha giocato un ruolo importante senza esserne però protagonista. I genitori della protagonista hanno una fortissima tendenza isolazionista, che li porterà ben presto a uscire dalla loro comunità mormone di riferimento, sposando alcune tesi survivaliste, anarchiche e complottiste. La religione, l’odio per ciò che non si conosce e si ignora, la paura verso ciò che è diverso, creano un ambiente malsano dove Tara e i suoi fratelli vengono “educati” (anzi, sarebbe meglio dire non educati). La storia di Tara parla di una famiglia isolata per propria scelta dal resto del mondo, della crescita e della maturazione dei suoi membri (con Tara sono cresciuti una sorella e cinque fratelli). Una storia di scelte, alcune compiute senza nemmeno capirlo, altre che sono costate tanto, tantissimo. Una storia che inizia (ma per fortuna non finisce) nella paura: paura del mondo, da parte del padre di Tara, e paura di lui, da parte di tutti gli altri membri della famiglia.

Tutte le storie di mio padre parlavano della nostra montagna, della nostra valle, del nostro piccolo angolo smozzicato di Idaho. Non mi disse mai cosa fare se un giorno avessi lasciato la montagna, se avessi attraversato oceani e continenti e mi fossi trovata in una terra straniera, dove non potevo più cercare la Principessa all’orizzonte. Non mi disse mai come avrei fatto a capire quand’era ora di tornare a casa.

Tara è una bambina e poi una ragazzina vivace, sveglia, acuta e un po’ svogliata, come tutti lo siamo stati. Cresce nella casa dei genitori, senza andare a scuola, senza essere iscritta all’anagrafe (festeggia il suo compleanno ogni anno in un giorno diverso, sa solo di essere nata verso la fine di settembre), senza aver mai messo piede in un ospedale (medicine, interventi e vaccini sono banditi: stando a ciò che sostiene il padre “avvelenano il corpo”, “ti rendono dipendente”). Cresce formando la sua identità sullo specchio delle uniche persone che conosce: i suoi genitori. Sua madre che ha sposato le tesi estremiste del marito, lavora come curatrice e levatrice, aiuta le donne a partorire in casa e fa l’erborista. La medicina della madre è l’unica ammessa in famiglia: puoi essere curato con le sue piante e i suoi oli, con una tintura di lobelia e scutellaria, magari, ma non puoi andare in ospedale (nemmeno se resti bruciato su buona parte del corpo, dopo un grave incidente). Gene, il padre di Tara, lavora nella sua discarica di rottami dove racoglie ferro e altri materiali di recupero che vende sul mercato, e intanto si prepara a un’imminente apocalisse raccogliendo e immagazzinando cibo, armi e tutto ciò che potrebbe tornare utile alla sua famiglia dopo la fine del mondo. L’unica parola accettata in casa è quella del predicatore Gene, che legge le sacre scritture e le interpreta per i membri della famiglia. Questo libro parla anche di loro, di come possono arrivare due persone comuni a costruirsi attorno un muro di solitudine e contrasti, isolandosi dalla propria comunità e dalla propria famiglia.

Non avere certezze, ma non arrendersi a quanti dicono di averne, era un privilegio che non mi ero mai concessa. La mia vita era una narrazione in mano ad altri. Le loro voci erano decise, enfatiche, categoriche. Non avevo mai pensato che la mia voce potesse essere forte quanto la loro.

I ragazzi imparano a leggere, a scrivere e le basi della matematica da sua madre, inizialmente preoccupata per l’istruzione dei figli, ma dopo qualche anno anche lei rinuncerà alla loro istruzione e Tara e i fratelli saranno lasciati a loro stessi. Prima di assistere alla crescita e alla maturazione della protagonista l’accompagniamo per anni in un “riavvolgimento veloce” della sua vita, attraverso quelli che sono stati alcuni episodi significativi e terribili. Osserviamo Tara crescere, prendere le decisioni sbagliate, accettare di buon grado ogni parola uscita dalla bocca di suo padre, e poi la osserviamo quando si pone le prime domande, mentre attraverso il canto viene in contatto con realtà diverse dalla sua prima, quando per la prima volta incontra un ragazzo che non appartenga alla sua famiglia, quando inizia a chiedersi chi è lei davvero. Succede in fretta, velocemente, e allo stesso tempo sembra ci vogliano secoli, prima che Tara decida di fare qualcosa per la sua vita, di cambiare le carte in tavola, di desiderare qualcosa di diverso rispetto a ciò che desidera per lei suo padre.

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Non mi voglio soffermare troppo descrivendo i singoli passaggi della vita di Tara, perché credo sia importante leggerli da soli. Il suo rapporto con un fratello pericoloso e malato, le vessazioni del padre, il rifiuto della medicalizzazione (anche di base), che porterà enormi problemi soprattutto ai fratelli di Tara che lavorano in discarica, e le ragioni che scopriremo esserci dietro al comportamento irascibile, sconsiderato e maniacale del padre, sono aspetti che credo sia importante che il lettore scopra da sé, accompagnando Tara nei suoi ricordi.

Di cosa parla davvero questo libro? Definirlo un percorso di formazione mi pare piuttosto riduttivo. E non è nemmeno un atto di denuncia, perché in ogni pagina che leggiamo ascoltiamo e viviamo la difficoltà di Tara nel prendere le distanze dall’ambiente tossico in cui capisce di vivere. Credo che l’aspetto più importante che riesce a comunicarci l’autrice sia questo: rendere perfettamente questo sentimento, di distacco ma allo stesso tempo amore, per le proprie radici. Quando leggiamo i soprusi di cui si macchiano i suoi famigliari e quando leggiamo le sue riflessioni a riguardo, capiamo la reale difficoltà di denunciare chi ci fa del male, soprattutto se questo qualcuno è membro della nostra famiglia, lo apprezziamo, gli vogliamo bene, ogni tanto ci fa ridere e ci protegge. E’ un grande inno alla sensibilizzazione della denuncia, dell’importanza di non sottovalutare mai le situazioni in cui si trovano a vivere le persone, perché non è mai semplice fare due passi indietro dalla propria vita e analizzare la situazione con gli occhi di un estraneo. Capire che le persone che amiamo ci stanno facendo del male, accettarlo e reagire, non è facile. E questo Tara riesce a farlo, dopo molti anni, dopo aver scritto i suoi ricordi nero su bianco per evitare che il suo affetto per la sua famiglia li storpiasse nella sua memoria o li cancellasse. Un percorso doloroso e lungo di accettazione di se stessi ma soprattutto della propria famiglia.

Cosa deve fare una persona, mi chiedevo, quando i suoi doveri verso la famiglia si scontrano con altri doveri — verso gli amici, la società, verso se stessi?…Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi.

Chiamatela trasformazione. Metamorfosi. Slealtà. Tradimento. Io la chiamo educazione.

Questa storia parla anche di istruzione, formazione, cultura, studio, dedizione, coraggio. Tara riuscirà a contestualizzare le situazioni terribili che ha vissuto durante la sua infanzia solo una volta che ne avrà preso le distanze, quando sarà all’università, a confrontarsi con persone diverse da lei, più istruite, più acculturare rispetto alla sua famiglia. Persone che la stimoleranno, che le permetteranno di crescere, non solo culturalmente ma anche e soprattutto emotivamente. Sarà grazie ai suoi professori, ai suoi studi e al suo impegno che riuscirà definitivamente a emanciparsi e ad abbandonare i fantasmi del suo passato, e che riuscirà a non vedere più la scelta della sua educazione come un tradimento verso la sua famiglia, ma un percorso intrapreso solo per se stessa.

Come sempre, quando leggo un memoir, mi sono trovata a un certo punto a domandarmi quanto di quello che stavo leggendo fosse vero. Ho fatto varie ricerche su internet, e a parte alcune rimostranze nei confronti della scrittrice da parte di qualche membro della famiglia, la storia di Tara sembra essere vera. In più punti la stessa Tara scriverà delle brevi note riguardo alla confusione presente nei suoi ricordi, sottolineando l’importanza che ha dato, durante la stesura del libro, alla ricostruzione più puntuale possibile dei fatti della sua infanzia. Mi servo di questo per collegarmi a un altro tema fondamentale del libro: il ricordo. La memoria è la più grande alleata e allo stesso tempo la peggior nemica della protagonista, la quale si rende conto in molti casi di non essere in grado di analizzare il suo passato in maniera obiettiva. Quante volte ci capita di ricordare ciò che vogliamo ricordare, e non ciò che è successo realmente?

Vorrei sottolineare un ultimo aspetto, poi terminerò questa recensione diventata ormai lunghissima. A prescindere dal memoir di Tara e dalla sua storia, mi sento di consigliare questo libro per un aspetto fondamentale che viene trattato: la paura dell’educazione. Se avete bene in mente la situazione politica, culturale e sociale in cui viviamo oggi, credo che questa frase vi farà scattare un campanello d’allarme. Oggi come non mai viviamo la paura di chi educato e formato non lo è, verso chi ha una laurea, chi ha studiato, chi ha una formazione professionale di qualche tipo. Quindi per quanto ci sembri lontano l’Idaho, le assurdità sulla fine del mondo e sul rifiuto della medicalizzazione di base, ricordiamoci che anche noi, nella nostra quotidianità, ci troviamo a vivere costantemente a contatto con persone che mettono in discussione la formazione e la preparazione altrui.

Perché consiglio la lettura di questo libro a tutti? Perché credo si possa capire davvero ciò che l’autrice voleva raccontarci solo leggendolo, non fermandosi alle recensioni che troverete online. “Ah, sì, ho capito. E’ una storia di emancipazione e di denuncia, di un passato trascorso nella violenza.” Sbagliato. Leggetelo. Conoscete Tara e la sua storia, datele l’opportunità di raccontarvi la sua vita, e poi avrete capito.

Piccola, ma importante novità: d’ora in avanti troverete alla fine delle mie recensioni il link di affiliazione ad Amazon, dove poter acquistare i libri di cui vi ho parlato. Se deciderete di acquistare il “L’educazione” attraverso il link che vi fornisco (qui) io riceverò una piccola commissione (che non modificherà assolutamente ciò che voi spenderete, il prezzo del libro per voi è sempre lo stesso) che mi aiuterà a finanziare il blog e acquistare altri libri. Grazie di cuore a tutti quelli che decideranno di usare il link di affiliazione!

#booktubeitalialeggeindipendente 01: Maggio con L’Orma Editore

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Inauguro oggi una nuova rubrica di post, che spero possa continuare nel tempo. A maggio ho deciso di partecipare per la prima volta alla #booktubeitalialeggeindipendente una bellissima iniziativa pensata da Eleonora del canale Youtube Misstortellino, ormai attiva da gennaio 2017. Aderendo all’iniziativa ci si impegna a dare visibilità alle case editrici indipendenti, sia attraverso le letture abituali sia attraverso la lettura del mese. Ogni mese infatti viene scelta (tramite un sorteggio casuale con random.org) una casa editrice indipendente della quale ognuno potrà scegliere un titolo qualsiasi dal catalogo, leggerlo, e farne una piccola recensione l’ultimo giorno del mese in questione. Ho trovato questa iniziativa da un lato estremamente utile per dare sempre più visibilità a quelle case editrici magari meno note, ma caratterizzate spesso da cataloghi e titoli interessantissimi, a volte sottovalutati; e dall’altro per stimolarmi alla lettura di titoli che possiedo già o che mi incuriosiscono da tempo ma che per un motivo o per l’altro lascio sempre da parte favorendo altre letture.

Ho deciso di aderire all’iniziativa attraverso la mia pagina Instagram, ma ho poi pensato di dedicare alla mia lettura mensile anche un articolo qui sul blog. Per il mese di maggio la casa editrice scelta era L’Orma EditoreCasa editrice con sede a Roma, è diventata piuttosto conosciuta grazie alla splendida idea della collana I Pacchetti, piccoli libri da chiudere, affrancare e spedire come se fossero delle vere e proprie cartoline. In questa collana troviamo una ricchissima raccolta di autori molto diversi tra loro (dalla Austen a Mary Shelley a Marx, una delle ultime uscite) mentre tutti i volumi sono raccolte di lettere, come appunto richiama il formato. Ammetto però di essere venuta in contatto con questa casa editrice per la prima volta grazie a una delle autrici più famose che hanno pubblicato in Italia, e chiaramente sto parlando di Annie Ernaux (autrice di Gli anni): nel catalogo di questa casa editrice potrete trovare infatti molti dei suoi titoli tradotti in italiano.

Per la lettura del mese di maggio ho scelto un libro recuperato al Salone del Libro di Torino: se avete letto il post dedicato al mio Book Haul saprete già di quale volume sto parlando. A Torino ho infatti acquistato presso lo stand della casa editrice L’età adulta è l’inferno. Lettere di un orribile romantico di H. P. Lovecraft, un piccolo libretto di una cinquantina di pagine che appartiene alla collana I Pacchetti. Si tratta di una raccolta di lettere scritte dal re dell’orrore in persona, che ruotano attorno alla sua unica storia d’amore, quella con sua moglie, Sonia Haft Greene, per la quale lo scrittore abbandonerà la sua amata Providence per raggiungerla a New York. Iniziato come un rapporto epistolare, quella con Sonia si trasformerà in amore reale, non senza qualche difficoltà, vista la natura solitaria dell’autore (al quale però non dispiacevano affatto i rapporti epistolari dato che in tutta la sua vita scriverà qualcosa come centomila lettere). Purtroppo le lettere presenti in questa piccola raccolta non sono quelle che l’autore si scambiò direttamente con la donna, ma sono lettere spedite ad amici e famigliari in cui il centro sarà sempre Sonia o il suo rapporto con Lovecraft. Non sono infatti state trovate le lettere della loro corrispondenza diretta dato che, in seguito al divorzio, Sonia le brucerà tutte quante (non deve essere finita molto bene per i coniugi Lovecraft).

L’età adulta è l’inferno.

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In effetti, suppongo che la mia opinione sia dovuta al semplicissimo fatto che ho la fortuna di possedere un’immaginazione ben più vasta delle mie emozioni.

Con una interessantissima introduzione di Marco Peano, queste lettere mi hanno regalato un punto di vista inedito sulla vita di uno scrittore che trovo estremamente curioso e particolare, del quale vorrei ora approfondire di più, non solo in quale scrittore di orrore e fantastico ma come essere umano. Lovecraft si dimostra essere un intelligente, acuto e particolarmente sarcastico individuo e vorrei recuperare altre sue lettere in futuro, anche se ho notato che in Italia non ci sono molte raccolte della sua corrispondenza. Le lettere raccolte in questo volume nonostante ruotino attorno alla figura di Sonia, alla concezione di Lovecraft dell’amore e dei rapporti di coppia, non mancano di regalare all’autore anche alcuni aneddoti particolari sulla sua vita di scrittore, sulle sue credenze e sulla sua giovinezza, così da approfondire ed esplorare l’enigmatica figura di un autore spesso sottovalutato.

Essendo un libretto particolarmente breve, non voglio svelarvi il contenuto delle lettere nello specifico, ma limitarmi a consigliarne la lettura se siete interessati, come me, a Lovecraft, per osservarlo e conoscerlo da un punto di vista non convenzionale.

Spesso, molto spesso, una passione ostentata – propria della soavità dei primi anni – è erroneamente creduta amore ed è fondamentalmente incompatibile con la maturità.

Come sempre qui trovate il link per acquistare il libro di cui vi ho parlato su Amazon e IBS.

Concludo il post segnalandovi che la casa editrice scelta per giugno è la Fazi Editore della quale possiedo qualche libro non ancora letto: proverò a partecipare anche in questo mese, sperando di avere abbastanza tempo da dedicare alla lettura (esami universitari permettendo!). Ovviamente siete tutti invitati a seguire il profilo Instagram dell’iniziativa e a partecipare (vi lascio qui il link al video di presentazione dell’iniziativa girato da Eleonora: #booktubeitalialeggeindipendente). Scrivetemi nei commenti se avete deciso di partecipare, e nel caso con quale libro!